Recensione: Phoenix

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Ci sono storie che narrano gesta nate nella leggenda, evolvono in colpi di scena inaspettati, entrano in un periodo di stasi, risultano momentaneamente meno avvincenti per poi condurci in un’eroica battaglia, dove i protagonisti ottengono la vittoria, l’onore, raggiungono l’agognato e ambito trono e poi, quasi senza motivo, si fermano lì. Non ci raccontano cosa verrà dopo, non ci conducono verso un finale, rimangono sospese, inconcluse, lasciando una sorta di vuoto in chi le ha seguite e vissute. Questo è quanto è successo ai Nocturnal Rites, formazione svedese uscita nei primi anni Novanta. I Nostri esordiscono come una power metal band in un periodo in cui il genere sta attraversando gli anni più difficili della propria esistenza. Due dischi leggendari trasformano immediatamente i Nocturnal Rites in un nome culto nella scena. Sul finire degli anni Novanta arriva l’inaspettato cambio di cantante e la conseguente evoluzione verso un sound più aggressivo. Il risultato è l’ottimo “Afterlife”, seguito da due album tutt’altro che memorabili ma che, col senno di poi, risultano fondamentali per la nuova evoluzione del quintetto, che porta a due dischi di valore come “Grand Illusion” e “The 8th Sin”.

 

Il successo sembra lì, a portata di mano, pronto a essere colto ma, inaspettatamente, i Nocturnal Rites si fermano. Qualche sporadica apparizione live, ma nessuna nuova prova in studio. Il timore di un imminente scioglimento del quintetto svedese inizia a serpeggiare tra i fan, ma dal quartier generale della band non arrivano segnali ufficiali in questa direzione. È come se i Nocturnal Rites si trovassero in una sorta di limbo, come se fossero alla ricerca di alcune risposte che tardano però ad arrivare. Tutto questo fino a giugno 2017, quando i Nostri danno nuovamente segni di vita annunciando un nuovo full length, a distanza di dieci anni dall’ultima prova sulla lunga distanza. Il titolo è emblematico: “Phoenix”. Una vera e propria dichiarazione su quanto vissuto da Fredrik Mannberg e compagni in questo lungo periodo di attesa.

 

Con “Phoenix” i Nocturnal Rites ripartono esattamente da dove si erano fermati, proseguendo il percorso iniziato con i già citati “Grand Illusion” e “The 8th Sin”. Ci troviamo dunque al cospetto di un lavoro heavy-power, con chiari influssi rock, in cui la melodia è assoluta protagonista. È come se il tempo non fosse mai trascorso, a partire dalla produzione, curata e potente, con chitarre “grosse”, pronte a creare il giusto tappeto per la splendida voce di Jonny Lindqvist, calda ed espressiva come poche al mondo. Proprio la voce del singer svedese risulta il fulcro attorno cui ruota il nuovo lavoro. Le sue linee sono sempre azzeccate, pronte a sfociare in ritornelli vincenti, che si imprimono in testa già al primo ascolto e che dal vivo sapranno far cantare qualsiasi platea. L’importanza di Jonny Lindqvist nell’economia del platter è quantomai evidente in ‘The Ghost Inside Me’, soprattutto nel ritornello, dove il cantante trasmette emozioni forti, in particolare quando viene proposto nello stacco voce-tastiere, nella parte iniziale e conclusiva della canzone. ‘The Ghost Inside Me’ mette in risalto anche un altro aspetto importantissimo di “Phoenix”: il lavoro maniacale delle due chitarre. Nella nuova fatica, oltre al mastermind Fredrik Mannberg, incontriamo per la prima volta Per Nilsson che, come detto dal bassista Nils Eriksson, è stato capace di portare nuovi stimoli in seno alla band. I due, in sede ritmica, offrono una prestazione precisa, senza strafare, puntando a creare, come detto in precedenza, il corretto tappeto sonoro in modo che Lindqvist possa sfoggiare tutte le sue potenzialità, concedendosi qualche tecnicismo durante gli assoli. Anche gli assoli, però, non sono costruiti per sfoderare virtuosismi vari, il più delle volte fini a sé stessi. Puntano invece a mettere in risalto la melodia, risultando “cantabili” e facilmente memorizzabili, caratterizzati da una pulizia esecutiva invidiabile. Altro aspetto che merita di essere approfondito è sicuramente la sezione ritmica. Come già successo in “The 8th Sin”, appare semplificata rispetto a quanto fatto dal duo Nils Eriksson-Owe Lingvall in lavori come i già citati “Afterlife” e “Grand Illusion”, ma risulta quantomai azzeccata e studiata in funzione della struttura canzone.

 

Come facilmente intuibile da quanto fin qui scritto, “Phoenix” è un lavoro che viaggia su ottimi livelli qualitativi, capace di conquistare l’ascoltatore già dai primi ascolti. Il disco, però, presenta un limite, riscontrabile dopo qualche passaggio nello stereo. Ci troviamo al cospetto di un lavoro dotato di un’identità e una struttura ben delineata e marcata, ma che risulta troppo omogeneo e uniforme, come se viaggiasse su dei binari privi di cambi di direzione, a velocità costante. Mancano quei capitoli capaci di creare un pizzico di imprevedibilità, magari aumentando i tempi. Mancano dei cambi d’atmosfera che possano portare maggiore aggressività alle composizioni, alternandoli a momenti più dolci. Con “Phoenix” i Nocturnal Rites decidono di puntare tutto sulla melodia, realizzando canzoni di valore ma dalla struttura troppo simile, focalizzata a dare il massimo risalto ai ritornelli. Una caratteristica che potrebbe limitare la longevità agli ascolti dell’album. Ciò non toglie che “Phoenix”, risultando la naturale continuazione del già citato “The 8th Sin”, sarà un disco capace di soddisfare i fan della band. Alla fine ai Nocturnal Rites viene chiesto di fare i Nocturnal Rites. Non spetta a loro innovare la propria proposta, non devono dimostrare nulla a nessuno, il passato parla già chiaro. “Phoenix” è un lavoro consigliato a tutti coloro che hanno amato i più volte citati “Grand Illusion” e “The 8th Sin”, un disco che saprà soddisfare i palati degli amanti dell’heavy-power melodico, di classe. Non rimane che aggiungere: ben tornati Nocturnal Rites, vi stavamo aspettando da dieci lunghi anni.


Marco Donè

 

 
70