Recensione: Plagues Upon Arda

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“Plagues upon Arda” è il primo full-length per gli statunetinsi Khazaddum, preceduto due anni fa solo da un Ep.

 L’appellativo della band deriva dalla mitologia di Tolkien, così come i testi dei brani. Il sound dei nostri è un brutal death metal che ci riporta alla mente i primi Nile, Morbid Angel e Suffocation

Ciò che colpisce del progetto è la grande capacità di rendere atmosferici e solenni momenti di così ferale brutalità. In tal senso gli artisti ricalcano le orme dei più noti ed appena citati conterranei Nile. Pezzi come ‘Legion of the White Hand’ o ‘The Fell Rider's Scourge’ trasudano di violenza ma anche di un’epica davvero travolgente. 

Difficile restare composti di fronte a questa ondata di potenza, le cui sfumature fanno vibrare anche l’anima, grazie ad una solennità e a delle coralità di fondo davvero inattese. In questa direzione troviamo decisamente originale  l’uso in sottofondo di taluni effetti che rendono magniloquente il lavoro, unitamente a dei vocalizzi il cui scream ci ricorda il black e nello specifico i Cradle Of Filth

Nell’album si contrappone la durezza della morte con il sacerdotale unisono di voci che spesso vengono scagliate con pregevole eleganza da e tra le note.  A livello di ritmica vengono raggiunti dei ragguardevoli picchi di complessità, anche se l’approccio brutal a volte ne limita la creatività. Guerra e lotta echeggiano ruvidamente tra fasti di un tempo, creature che avidamente combattono senza sosta per sopravvivere. L’uso delle tastiere è piuttosto minimale così da non disegnare quelle melodie e strutture sulle quali troppo spesso altri artisti poi costruiscono tutti i loro brani.I tratti sinfonici  sono interessantissima divagazione il cui uso centellinato non possiamo allora che apprezzare. 

 La strada intrapresa è davvero buona, consigliandovi l’ascolto se andate cercando un sound estremo ed evocativo allo stesso tempo. Se sapranno affinare le ritmiche ed aggiungere quella personalità che ora risulta ancora un po’ acerba potrebbero raggiungere vette davvero alte.

Stefano “Thiess” Santamaria

 
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