Recensione: Play My Game

inserito da

Non è certo rimasto con le mani in mano Tim “Ripper” Owens dopo la fine della travagliata avventura con gli Iced Earth. Licenziato da Jon Schaffer dopo quattro anni di onesto lavoro e due full length all'attivo (dalla qualità piuttosto altalenante a dire il vero), il cantante a stelle e strisce viene subito reclutato dal virtuoso chitarrista svedese Yngwie Malmsteen per registrare nel 2008 il discreto Perpetual Flame. Non ancora pienamente soddisfatto, il buon Ripper decide allora di rimettersi completamente in gioco, scendendo personalmente in campo con un progetto solista con il quale potersi dedicare liberamente alla propria musica. Dopo un anno circa di lavorazione vede oggi la luce questo Play My Game, primo album del cantante americano, pubblicato nel Maggio del 2009 dall'etichetta tedesca SPV Records.

Un po' di Black Sabbath (specie quelli dell'era Dio), qualche richiamo dal sapore Judas Priest e alcune lievi sfumature hard rock, ecco come si presenta questo Play My Game: il genere proposto in questo disco è infatti un heavy metal di stampo prettamente old school, diretto e senza tanti fronzoli, fatto di riff ossessivi, lenti e ribassati (in piena tradizione Tony Iommi) e melodie facilmente memorizzabili. Impressionante il numero di musicisti ospiti presenti su questo disco (ogni canzone ha praticamente una line-up diversa): tra i più celebri possiamo sicuramente menzionare Bob e Bruce Kulick (Kiss, Wasp), Michael Wilton (Queensryche), Jeff Loomis (Nevermore), Doug Aldrich (Whitesnake), Chris Caffery (Savatage, Trans Siberian Orchestra), Craig Goldy (DIO) e John Comprix (Beyond Fear) alla chitarra, Dave Ellefson (ex Megadeth), James Lomenzo (Megadeth) e Billy Sheehan (Talas, Mr Big) al basso e Vinnie Appice (Black Sabbath) e Bobby Jarzombek (Iced Earth, Spastic Ink) alla batteria. Dodici sono i brani che compongono questo Play My Game per una durata complessiva che non supera i cinquantadue minuti. Pezzi compatti e quadrati quelli proposti in questo disco, sempre ben bilanciati tra potenza e melodia e dalle strutture abbastanza semplici e dirette. Proprio questa semplicità a livello di songwriting può però trasformarsi in un'arma a doppio taglio per Ripper: se infatti da un lato le canzoni risultano piuttosto orecchiabili, immediate e facilmente assimilabili già dai primi ascolti, dall'altro é alto il rischio di trovarsi di fronte a un disco complessivamente troppo lineare, privo di spessore e destinato inesorabilmente a calare dopo pochi ascolti. Certo, di episodi positivi ce ne sono eccome: l'opener Starting Over si segnala per delle melodie particolarmente azzeccate e accattivanti, mentre la seguente Believe, nonostante un chorus alquanto rivedibile, si lancia su binari più sabbathiani con riff lenti e ribassati, e con il cantato di Ripper che ricorda da vicino (con le dovute differenze) quello di Ronnie James Dio. Molto gradevoli anche la tirata Death Race, brano di tre minuti e mezzo dal sapore chiaramente priestiano, e la conclusiva The Shadows Are Alive, che dopo una partenza lenta e ossessiva (sempre secondo coordinate prettamente di scuola Black Sabbath), si lancia in un emozionante crescendo che sfocia in una riuscitissima parte strumentale finale.

In definitiva ci troviamo davanti a un album di mestiere, quasi un tributo di Ripper nei confronti dell'heavy metal classico. Un disco sicuramente ben suonato ma che nel complesso risulta poco longevo e solo parzialmente interessante. E' un peccato, vista la quantità (e soprattutto la qualità) degli artisti coinvolti nel progetto, che il risultato sia solamente sufficiente e nulla più: le composizioni mancano di spessore (e talvolta di idee), e l'interesse verso questa uscita sembra destinato a calare dopo davvero pochi ascolti.

Lorenzo “KaiHansen85” Bacega

Discutine sul forum nel topic relativo

Tracklist:
1. Starting Over
2. Believe
3. This Cover Up
4. Pick Yourself Up
5. It Is Me
6. No Good Goodbyes
7. The World Is Blind
8. To Live Again
9. The Light
10. Play My Game
11. Death Race
12. The Shadows Are Alive

 
60