Recensione: Play to Win

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È trascorso poco più di un anno dal debut album della superband teutonica Phantom 5, ed ecco già approssimarsi un secondo capitolo sulla lunga distanza, nuovamente patrocinato da Frontiers Music.

Nato originariamente con il nome di Supremacy, mutato poi nel più generico moniker attuale, il gruppo tedesco ha realizzato nel corso del 2016 un primo cd dalla personalità ambivalente, con risultati in pratica opposti a seconda dei punti di vista da cui veniva osservato.
Un buonissimo riassunto di german rock, in cui far affluire tutto quanto prodotto nel corso degli anni da Mad Max, Bonfire, Scorpions, Jaded Heart, Casanova e Crystal Ball, per ottimisti e sostenitori del settore specifico.
Per i detrattori, probabilmente poco propensi a riascoltare per l’ennesima volta una forma musicale considerata ormai logora e sin troppo stereotipata, un annoiato compitino carico di cliché, luoghi comuni e troppo mestiere.

Una sorta di dualismo antitetico che non verrà di certo risolto nemmeno con “Play to Win”, disco che, a partire dalla formazione (manca solo l'ex Scorpions Francis Buchholz al basso) mira a mantenere assolutamente immutate le caratteristiche base fondanti del progetto, offrendo una prosecuzione fedelissima e del tutto calzante di quanto realizzato nel 2016.
Piacciano o meno, le cadenze un po’ demodé, lo stile grintoso ma mai oltranzista, le melodie di stampo ottantiano, i riff di chitarra ammorbiditi, le distorsioni non troppo taglienti, sono valori a sostegno di un modo di far musica divenuto quasi rappresentativo di un genere come l’hard rock tedesco. 
Ragion per cui, appare del tutto inutile lamentarsi nell’approcciarsene. 
Quello è. Quello propongono i Phantom 5. Quella è la loro essenza profonda.
Prendere o lasciare.
Con la certezza che, se il genere di sonorità incontrano in qualche modo il proprio gusto, ciò che si andrà ad ascoltare sarà comunque realizzato con apprezzabile perizia, indubitabile bravura e massima sicurezza nel maneggiarne i caratteri.

Aiutati da una produzione come di consueto di buon livello, brani quali “The Change is in You”, “Read Your Mind” e “Shadows Dance” scaturiscono in scioltezza – ancorché in modo del tutto prevedibile – esplicitando chiaramente quanto specificato e descritto sin qui. Le vocals di Lessmann non aggiungono nulla di nuovo, nel bene e nel male, a tutto quanto proposto in decenni di carriera, mentre il nucleo di musicisti esegue quasi ad occhi chiusi uno spartito che è parte del DNA delle rispettive band di provenienza.
Per i Phantom 5 l’intento di risultare in qualche modo “antichi” - o vintage che dir si voglia – è manifesto, quasi un vanto ostentato con orgoglio, in ossequio ad una tradizione che proprio con album come “Play To Win” si desidera onorare.
Significativo in tal senso, il testo di “Baptised”, un continuo richiamo nostalgico all’epoca degli anni ottanta, in cui musica e gioventù erano una miscela che dava origine ad un rock molto diverso e più spensierato se paragonato a quello odierno.
Piazzando poi, qua e là, alcuni richiami ai Def Leppard ed alla NWOBHM (“Child Soldiers” e “Phantom Child” per citare esempi espliciti), il cerchio si chiude, a completamento di un piano di lavoro che nella rivisitazione di tematiche classiche ha il punto cardine imprescindibile su cui sorreggersi.

Come a dire, per farla breve, che se il genere Hard Rock con sfumature teutoniche - quello primèvo ed originale - fa parte dei propri ascolti preferiti, qui ci sarà indubbiamente di cui sollazzarsi. Ovvio, i fan di un suono divenuto fortemente di nicchia non sono rimasti in molti, pur tuttavia, i reduci armati della giusta chiave di lettura non potranno dirsi contrariati nemmeno questa volta.

Altrimenti, meglio lasciar correre e passare alla ricerca di altre sensazioni.

 

 

 

 
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