Recensione: Pneuma

Di - 23 Maggio 2012 - 0:00
Pneuma
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Anno: 2012
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82

La mutevolezza della vita è condizione imprescindibile, inalienabile, uguale per tutti. Tutto cambia nel corso dell’esistenza; niente ha la fortuna ed il privilegio di rimanere immutato rispetto allo scorrere del tempo. Ci sono cambiamenti lenti, quasi impercettibili, nella loro quotidiana normalità; altri rapidi come il corso dei pensieri, come la scintilla che infiamma, come la stella che nel buio eterno dell’immenso nulla esplode in milioni di frammenti che si perdono lontani, perdutamente lontani dalla propria origine.

Anche nella musica i cambiamenti sono piuttosto frequenti; si sa, i gusti cambiano, le mode passano, gli obiettivi si adattano alle esigenze del momento, al mutare, ad esempio, dei desideri delle masse. Alcuni cambiano per necessità economica, insoddisfazione artistica o personale, altri per noia o per seguire i dettami delle mode del momento. Alcuni, invece, perché sobillati da interiori demoni urlanti che non ne vogliono sapere di dimorare in pace nei reconditi angoli delle menti, in spazi troppo angusti, dimenticati, assopiti. Demoni che aspettano, pazienti, l’occasione buona per sferrare il colpo decisivo, per destabilizzare, per accendere il fuoco creativo e farlo dilagare, divampare in un incendio quasi totalizzante. Il mutamento può essere violento, repentino, ma anche leggiadro, sinuoso ed impalpabile.

Quando il cambiamento si presenta in musica, spesso lo fa stravolgendo schemi e dogmi imposti da anni; potere rivoluzionario della musica, direte voi. Sia ben chiaro fin dal principio, visto che qui ci troviamo a raccontare dell’esordio discografico dei greci “Hail Spirit Noir”, band attiva da poco più di due anni e subito gustosa preda della nostrana – e lungimirante – Code666 Records: qui non troviamo nessuna rivoluzionaria innovazione. Non hanno indubbiamente inventato niente; il fatto è che il concetto proprio del cambiamento trova un senso tangibile nelle sei tracce di questo album.

Come un’immagine riflessa da uno specchio rotto, il disco si divide in una serie di sfaccettature ben distinte ma legate indissolubilmente l’una all’altra in un insieme schizofrenico fatto di continui rimandi, di rincorse e, per l’appunto, di continui mutamenti. L’immagine del disco si compone proprio così, come centinaia di schegge taglienti, tessere spaiate che come in un puzzle dell’assurdo riescono comunque a regalare una coerente immagine d’insieme. Un sogno qualunque di un qualunque angelo caduto nel kaos apparentemente ordinato e controllato dell’universo lisergico del gruppo ellenico.
Un unico filo conduttore lega i tasselli: “Pneuma”, il respiro, il soffio di vita che percorre spazio, tempo, reale ed immaginario. E il respiro, anch’esso mutevole, si veste con un nero mantello intessuto da ritmiche propriamente Black e lo impreziosisce caricandolo di leggiadri arpeggi classici, anacronistici xilofoni trasognanti, sincopate melodie a cavallo tra la modernità del blast-beat e gli arzigogoli caldi e lussureggianti del basso di Dim, e le sonorità syntetiche di settantiana, occulta, riminiscenza. Il tutto condito con un utilizzo della voce magistralmente controllata di Theoharis, estremamente a proprio agio sia su partiture clean che su tratti urlati o appena sussurrati.

Un disco magico dal sapore marcatamente teatrale degno omaggio ad uno dei maggiori innovatori della musica greca, quel Manos Hadjidakis già premio oscar nel sessanta con il brano “Ta pedia tou Pirea“. Disco semplice nella sua complessità, dominato dall’alto di un Hammond che accompagna per mano l’ascoltatore e lo conduce sicuro attraverso gli spettri lascivi, cultori del vetusto, signori incontrastati dell’inferno analogico. Musica di gran classe, raffinata ed elegante, proposta con il gusto un po’ retrò di chi vaga senza meta negli umidi anfratti del tempo. un nero sogno progressivo che prende corpo dalle prime note del brano d’apertura di “Mountain of Horror” per spegnersi, poco meno di quaranta minuti dopo, con “Haire Pneuma Skoteino”. Un brusco risveglio dal viaggio onirico attraverso i misteri dell’animo umano, delle paure, delle ambizioni, dei più inconfessabili desideri. Un viaggio che profuma di proibito, attraverso fantasmi fatti di celluloide, di vecchi studi di registrazione, di amplificatori valvolari sottratti all’oblio della polvere e riportati a nuova vita.
Un disco che suona come un omaggio all’ardito spirito inquieto dell’innovazione, dell’osare, dello sperimentare. Un omaggio che spero vivamente verrà apprezzato e valorizzato come merita. Senza bisogno di ulteriori parole, ascoltate.

“my past is black, my present black, their faces suck when all is black”.

Daniele Peluso


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TRACKLIST:

01. Mountain of Horror     
02. Let Your Devil Come Inside     
03. Against the Curse, We Dream
04. When All Is Black     
05. Into the Gates of Time  
06. Haire Pneuma Skoteino

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