Recensione: Polaris

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Stratovarius, riassunto delle puntate precedenti:

In un mondo ostile dominato dal caos e dalla violenza (musicale e non), un non più giovanissimo ma ancora valoroso Tolkki Timo tenta disperatamente di tenere insieme una band che cade a pezzi. Agguanta il cantante in fuga solista, arpiona l'insostituibile tastierista, seduce il condiscendente batterista e il bassista lo rimpiazza che tanto non se ne accorge nessuno. Infine, all'alba del 2005, con lungo sforzo e grande impegno mette insieme l'album della riscossa: “Stratovarius” – il ritorno. Mezzo interdetto mezzo fiducioso, il pubblico registra il giro di boa. Senonché il disco che porta il nome della band è quello che con la band c'azzecca di meno. E quando la stessa se ne accorge, ripiomba nell'anarchia. Tolkki, disperato, cerca di capire qual è il problema. Si concentra, si arrovella, si consuma. E alla fine si convince di essere lui, il problema. Allora, con un gesto di un'eleganza in effetti più unica che rara, decide di fare le valige e liberare la piazza. Riscriverà il proprio futuro suonando ciò verso cui la sua anima tende realmente – ovvero quello che suonava prima, né più né meno – nell'isolata tranquillità dei Revolution Renaissance. E gli Stratovarius?

Stratovarius, puntata 2009:

Nella lista dei possibili sviluppi della telenovela Stratovarius, quella di una band decapitata del suo leader non era sicuramente fra i primi posti. C'è da credere che a trovarsi improvvisamente il campo sgombro due come Johansson e – soprattutto – Kotipelto non abbiano creduto ai propri occhi. Ora gli Stratovarius erano loro (il buon Jörg Michael, detta come va detta, s'era sempre contentato di portare a casa la pagnotta svolgendo con metronomica diligenza il proprio lavoro). E potevano fare tutto quello che volevano.
Capita talvolta a chi è abituato a vedere le proprie idee sotterrate da quelle altrui, o comunque a lottare duramente per imporle, di trovarsi nell'imbarazzo dell'indecisione nel momento in cui riceve per la prima volta carta bianca. Non quando le opzioni sono limitate, ma quando si può far tutto e il contrario di tutto: è allora che ci si blocca. L'opportunità – rifondare gli Stratovarius da zero – era di quelle ghiotte. La responsabilità di quelle pesanti. Senza Tolkki, non c'era più qualcuno cui dare la colpa in caso di débâcle. Bisognava muoversi con raziocinio.
Prima mossa: i relinqui Stratovarius rimpiazzavano (alquanto saggiamente) il pezzo grosso uscente con un benemerito sconosciuto. Il prescelto era Matias Kupiainen, autentico oggetto del mistero pescato nelle acque salmastre dell'underground estremo finlandese (ex-Sinkage, Fist In Fetus): un onesto mestierante che avrebbe fatto la propria parte senza interferire con i progetti dei piani alti. Un nuovo Lauri Porra, insomma. Completato l'arsenale, restava solo da sferrare l'attacco.

Breve confessione: il sottoscritto deve ammettere che le sue aspettative per il secondo (e si spera ultimo) comback del combo finlandese erano immotivatamente alte. Da un lato, dopo l'addio di Tolkki si era fatta strada in lui l'idea – diciamo pure la speranza – che i tre sopravvissuti potessero finalmente esprimere il potenziale represso e compresso in anni e anni di (più o meno) fedele vassallaggio. Dall'altro il singolone ‘Deep Unknown' e l'abbagliante video avevano gettato ulteriore benzina sul fuoco: armonie non lineari, frequenti cambi di ritmo, cori epici quasi a la Symphony X, prestazione corale, songriting tecnico, melodico e soprattutto maturo – se non qualcosa di originale in senso stretto, almeno qualcosa di nuovo per gli standard della band. Sembravano esserci le premesse per una vera svolta, un salto di qualità, un nuovo, inedito ciclo. Una volta inserito il full-length nello stereo, tuttavia, gli entusiasmi si sono raffreddati non di poco.

‘Polaris': un titolo stellare per un disco coi piedi per terra. Il legame con l'era-Tolkki è saldo, molto più saldo di quanto le premesse lasciassero intendere. Sembra anzi che la band abbia voluto cancellare tutto quanto è venuto dopo ‘Infinite' e ripartire da lì, a costo di tagliarsi le gambe da sola e rinunciare all'agognato restyling. E allora via libera a classiche Strato-song come ‘Falling Star', ‘Forever Is Today' e ‘Higher We Go', pezzi veloci, melodici, molto immediati, destinati (soprattutto gli ultimi due) a far breccia nel cuore dei fan grazie a ritornelli che si piantano in testa fin dal primo ascolto. Complessivamente, nulla di nuovo sotto il sole. Anche quando le ritmiche rallentano, la musica è quella di sempre. Strofa melodica – bridge in crescendo – refrain d'impatto – a solo di chitarra e/o tastiera: mutando l'ordine dei fattori, il prodotto non cambia. Soprattutto, non cambiano le linee melodiche, strette con le unghie e con i denti a un sound tanto collaudato quanto prevedibile. E la qualità? Tutto sommato bene, ma non benissimo. La tracklist sa evitare clamorosi autogol come ‘Maniac Dance' o ‘Götterdämmerung (Zenith Of Power)', ma i livelli del singolo non vengono più raggiunti. Discorso parzialmente diverso può essere riservato a ‘Emancipation Suite': nulla di inaudito, ma un pezzo scritto da mani decisamente ispirate. Esaltante la prima parte (‘Dusk') con un crescendo lento e meditato che tocca il suo punto più alto nel bridge piuttosto che nel refrain, drammatica e poetica la seconda (‘Dawn'), con un bellissimo intervento solista di Kupiainen. Proprio dalla sua parte vengono tutte le notizie migliori. Il ragazzo ci sa fare, e parecchio: sostiene la pesante eredità di Tolkki con grande personalità, ma senza strafare, mettendo in luce le proprie qualità ogni volta che se ne presenta l'occasione. Non spessissimo invero, visto che Johansson – uno che nella sua vita ha dovuto far da gregario per gente come Malmsteen e Tolkki – pare determinato a sfogare tutte le frustrazioni represse, anche a costo di invertire i rapporti di forza fra tastiere e chitarre. Ma anche in questo caso i cambiamenti si limitano al livello quantitativo, senza troppo forzare i contenuti. Emerge anzi un certo gusto per la citazione: autoreferenziale nel caso della ballad acustica ‘When Mountains Fall' (negli intenti una sorta di ‘Forever II') – accidentale (a voler essere buoni) nel caso di ‘Blind'. Vale qui la pena spendere due parole in più. Dopo una classica intro di clavicembalo il brano parte in quinta, con riffing serrato e doppia cassa sparata a mille. Kotipelto prende la rincorsa su un bridge galattico, senonché arrivato a metà refrain si accorge improvvisamente che quello che sta cantando è il ritornello di ‘Take On Me' (A-ha™). Imbarazzato, prova a dissimulare con vocalizzi un po' improvvisati, rinunciando a salire l'ottava galeotta: la frittata però è fatta, e l'impatto complessivo inevitabilmente ne risente. In questo caso come in altri, a cavare (almeno in parte) le castagne dal fuoco provvede una produzione davvero stellare, potente e avvolgente, mai stereotipata. Una fra le migliori sentite negli ultimi anni, anche ad alti livelli.

Morale: gli Stratovarius sono tornati, nel senso più autentico dell'espressione. Tutti gli elementi che hanno fatto la loro fortuna sono qui rispolverati e rimessi a nuovo: una buona notizia per i vecchi fedelissimi e magari per chi li scopre oggi per la prima volta, una mezza delusione per chi pensava fosse l'occasione buona per una vera svolta. Forza dell'abitudine, ansia da prestazione o paura di cambiare? Quale che sia la risposta, la situazione è chiara. Chi apprezzava i nuovi Strato può bussare alla porta dei Revolution Renaissance, chi preferiva i vecchi può fermarsi qui. Agli altri non resta che attaccarsi al proverbiale tram. Non c'è nulla di nuovo sul fronte finlandese – un fronte destinato a morire d'inedia, almeno in ambito melodico, se qualcuno non si darà presto una svegliata.
Per ora, non ci resta che accontentarci di un disco ruffiano, dolorosamente prevedibile, indubbiamente di buon livello. Insomma, un disco nato vincente.

Dunque, bentornati Stratovarius, di nuovo. Ma che sia l'ultima volta.

Riccardo Angelini

Discutine sul topic relativo

1. Deep Unknown
2. Falling Star
3. King of Nothing
4. Blind
5. Winter Skies
6. Forever Is Today
7. Higher We Go
8. Somehow Precious
9. Emancipation Suite I: Dusk
10. Emancipation Suite II: Dawn
11. When Mountains Fall

 
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