Recensione: Pop Evil

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Quando il cantante Leigh Kakaty ha formato i Pop Evil, ha scelto il nome della band per un motivo preciso. Amava le canzoni hard rock con buone melodie, ma anche le chitarre pesanti e i ritmi metallici, una naturale dualità che si sposa bene nel nome e nel sound della band.
Cinque album in carriera hanno lanciato i Pop Evil nella scena americana portandoli ad una crescita esponenziale della loro proposta e ai vertici della classifica Billboard con il precedente "UP". Con la novità dietro la batteria che risponde al nome di Haley Cramer, donzella bionda dalle braccia pestanti, e affidate le canzoni al produttore Kato Khandwala (The Pretty Reckless), il nuovo disco della band, chiamato semplicemente "Pop Evil", presenta un suono contemporaneo che incorpora musica metal, alternative, hard rock e persino elettronica.
 

"Waking Lions" primo singolo posto in apertura, inizia con la batteria elettronica e un riff compresso tenendo alto il ritmo. La voce di Kakaty rientra nella schiera dei vari Papa Roach, Buckcherry, band della scuderia Eleven Seven e affini. C’è qualcosa delle svisate moderniste degli ultimi Machine Head, tra cori stratificati e un’incipiente elettronica che guizza tra il fragore delle chitarre. Il ritornello è da classifica americana, svenevole e dolciastro, più adatto ai teens che a dei metallari scafati.
Al contrario, "Colours Bleed" è ispirata dagli eventi attuali e presenta un ritmo carico, chitarra incisive e un appeal nu metal che ricorda i P.O.D. (se non addirittura i Rage Against The Machine) nel ritornello rappato da rivolta contro il sistema. Il break centrale d’atmosfera fa il suo effetto nel richiamare atmosfere da liberazione dell’anima, con un sound molto moderno e lavorato. Liricamente sono proprio canzoni come "Colours Bleed" a scoprire una nuova vena per Pop Evil. Invece di parlare di relazioni disfunzionali, auto-responsabilizzazione o mortalità, Kakaty scava nei problemi di di oggi e affronta quello che prova per il capitalismo e l’ipocrisia.
Ex Machina” presenta un riff alla Deftones, poi si dipana in un altro esempio di nu metal aggiornato che nel ritornello ha il sapore degli Shinedown. I Korn di “Blind” fanno capolino in “Art Of War”, dalle strofe rappate e un refrain questo sì in pieno stile Rage Against The Machine, riff compreso.
Pare evidente come i Pop Evil, nella ricerca di una carica riottosa inusuale per loro, siano andati alla caccia di esempi da seguire. Non che sia un male se il songwriting tiene botta… ma lo fa a tratti. “Be Legendary” è pura ruffianeria americana, un plagio dei Nickelback e degli stessi Papa Roach, anche se l’arpeggio che accompagna la strofa, con quel tono da western cigolante non sarebbe nemmeno male.
L’elettronica prende troppo il sopravvento in “Nothing But Thieves” che resta comunque gradevole anche grazie al leggero richiamo verso i Nine Inch Nails e al bell’assolo doppiato dal riff pesante. La seconda parte di “Pop Evil” porta in dote la ballad “A Crime To Remember”, con il pianoforte avvolto dai ritmi elettronici. Questa è la vena più pop della band che li porta dalle parti degli Imagine Dragons, con Kakaty che insiste nel rappato e una buona melodia generale. Se fosse un pezzo di Lady Gaga farebbe il botto, questo vuol dire che la band sa comporre e riesce a confezionare prodotti interessanti, ma chi pende di più sul lato “Evil” troverà l’aspetto “Pop” una presenza deprecabile. “God’s Damn” ha quell’elegia tipica degli Stone Temple Pilots, un suono di tamburi in sottofondo all’impianto rock leggero e suadente che potrà benissimo essere un altro colpo da classifica. Le melodie sono sempre in primo piano, meglio adesso rispetto agli episodi precedenti, come se la vera strada per la band fosse questa, il pop-rock più semplice e diretto, senza vergognarsene e andare per forza a gonfiare il sound con i muri di chitarra.
Il ritornello di “When We Were Young” sarebbe adatto a un pezzo di Eminem, le strofe sono comunque accattivanti così immerse nei ritmi puramente pop e il pezzo si fa piacere se quello che si cerca è un po’ di sana leggerezza dalla melodia facile. Come dimostrano anche le conclusive “Birds Of Prey” e “Rewind”, tra l’altro una ballad graziosa.

Molta elettronica dunque in questo “Pop Evil", tante melodie facili e da classifica americana, di quelle che piacciono al pubblico più giovane. Come detto, alla band serve chiarezza nel contrasto evocato dal loro nome, perché al quinto album sembra prevalere nettamente l’anima più pop, e di evil, al di là di qualche schiamazzo contro il sistema, si trova ben poco.

 
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