Recensione: Porcile

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I Regressive sono un gruppo che nel bene e nel male va avanti per la propria strada, fregandosene del contesto musicale che li circonda. Il loro nuovo album “Porcile” è un concentrato di politica allo stato puro. La parte importante non è tanto la scrittura musicale in sé, che è validissima e mostra un quartetto in stato di grazia, ma i testi che sono politicizzati a partire dalla divertente copertina che riassume in un colpo solo tutto il marciume della politica italiana.

Fondati ad Aprilia nel 1998, pubblicano subito un Ep “È Giunto Il Tempo Della Spada”, per poi sciogliersi poco dopo. Nel 2006 il leader Andrea Fantoni, insieme al fratello Carlo, al chitarrista Bombarda e al batterista serbo Slatko Tito Medvedevic (che si dice ricercato dall’Aia per crimini di guerra), hanno rimesso insieme la band. Nel 2008, poi, hanno dato alle stampe “Metal Talebani…Contro Il Tempio Dell’Usura”.

La proposta musicale del quartetto si muove tra l’heavythrash, la satira alla Elio e le Storie Tese o Paolo Rossi, per citarne solo alcuni, e alla ferocia del punk. Qualcuno li definirebbe “bastardi” e qualcun altro storcerebbe pure il naso; il vero problema dell’album, che va al di là delle parti strumentali, che potrebbero lasciar intendere che il talento c’è e che forse sarebbe il caso di creare un album con tutti i ghirigori thrash, sono i testi. Questi, purtroppo, sono rivolti contro una o più parti politiche (non nominerò quali, basta guardare la copertina per capire) per cui l’ascoltatore può reagire come un tifoso davanti alla propria squadra del cuore: scagliarsi o amare i quattro di Aprilia. La questione quindi si fa interessante perché molti non giudicheranno il cd come un prodotto meramente musicale, ma soltanto legato ai testi e questo porterebbe a distorcere e a non comprenderne pienamente il senso, bollandolo come politicizzato.

Esistono pezzi spinti tra cui “Cementifichesciòn”, in cui si grida contro la cementificazione dell’Italia mentre la gente non arriva a fine mese, “Bestie da soma” che ha un riff iniziale molto valido pur essendo una canzone di denuncia contro il lavoro che non nobiliterebbe l’uomo. Anche i riff di “Rave? No Mazze” sono di ottima fattura. Il testo invece si scaglia contro il mondo dei rave, usato qui come metafora della politica nostrana. Le migliori parti strumentali le troviamo in “Corvi Neri” dove viene tirata in mezzo la chiesa cattolica. “Armir” invece è quella che si discosta di più dalle altre canzoni, se non altro per la prima parte, che sembra una di quegli inni politici degli anni ’30 – ‘40, mentre la seconda ha ottimi riff, un buon coro e un buon assolo. “Infamità in Amore non Paga” potrebbe essere definita una ballad, anche se i primi riff lo scongiurerebbero. In “Fuori gli Americani dall’Italia” i quattro si scagliano contro la politica della prima Repubblica che ha permesso agli americani di costruire basi militari. Il finale è lasciato ad “Aprilia Mia” che è un inno e lode al paese dove sono nati i musicisti.

Difficile catalogare un prodotto così spiazzante, ma che allo stesso tempo ti porta a stare o dalla parte del gruppo o dall’altra parte della barricata. Quello che mi sento di consigliare apertamente al gruppo è di continuare coi testi politicizzati, perché male non fanno, e di puntare molto di più su una forma delle canzoni più vicina al credo metal che alla satira, anche perché sono convinto che musicalmente possano puntare più in alto. Non date troppo peso al voto dato all’album, perché il giudizio musicale viene pesantemente influenzato dai testi che ognuno giudica a seconda della propria appartenenza. 

Luca Recordati

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