Recensione: Pounding the Pavement

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Cosa sarebbe l’HM oggi senza gli Anvil? Dalle stelle alle stalle più volte in una sola carriera artistica, i crazy canucks di Steve “Lips” Kudlow e Robb Reiner hanno saggiato le luci della ribalta ai bei tempi di “Hard and Heavy”, “Metal on Metal” e “Forged in Fire” per poi ripiegare su se stessi imbarcandosi in album non proprio così irresistibili seguiti da improbabili tour che come best location prevedevano il pub sotto casa, ad andare bene.

La loro storia è stata perfettamente immortalata in un libro e subito dopo in un film, uscito nel 2009 e realizzato da Sacha Gervasi, un loro mega fan inglese che diede una mano agli Anvil nei periodi più bui facendo anche il roadie. Una volta il sogno americano - definiamo così anche questo, riferito ad Hollywood - esisteva ed è bello constatare che non si sia sopito del tutto venendo a sapere che il die hard metaller di cui sopra fece poi fortuna, divenendo un affermato sceneggiatore, produttore e anche regista. Qualche nome a caso afferente il suo lavoro: “The Terminal”, “Henry’s Crime” e “Hitchcock”.

The Story of Anvil”, questo il titolo del rock movie griffato Gervasi ottenne un successo strepitoso e, conseguentemente, diede nuova linfa alla band che, guarda caso, stava attraversando un momento di stanca.  Di colpo il mondo – non quello metallaro degli ultras, sempre sul pezzo! – riscoprì magicamente gli Anvil che addirittura si imbarcarono in infiniti tour mondiali, dividendo il palco anche con gli Ac/Dc, non di certo gli ultimi cudeghìn sulla piazza.

Da quel momento la band ha sfornato sul mercato quattro album: il notevole Juggernaut of Justice (2011), i due sottotono – rispetto al primo - Hope in Hell (2013) e Anvil is Anvil (2016) e, appunto, Pounding the Pavement, ultimissimo prodotto targato Spv/Steamhammer, oggetto della recensione. Il lavoro si accompagna a una confezione digipak bella massiccia a tre ante, con in quella di sinistra un poster del gruppo e nell’opposta un booklet di dodici pagine con tutti i testi e le varie notazioni tecniche di prammatica.   

Il nuovo nato dalla copertina killer, realizzata da Christoph Schinzel, si incasella come il diciassettesimo figlio legittimo dell’incudine di stanza a Toronto e schiera dodici pezzi comprensivi di una bonus track. Accanto ai “veci” Lips e Reiner, a costituire il power trio – una volta si scriveva così – vi è Chris Robertson a occuparsi delle parti di basso, membro nella line-up dal 2014 e già presente su Anvil is Anvil.

A partire dall’opener “Bitch in the Box” quello che fa sobbalzare dalla sedia è la potenza della produzione: una vera mazzata di heavy fucking metal fumante! I colpi assestati dal bombardiere Robb Reiner paiono fuoriuscire da un maglio di quelli belli grossi e le schitarrate del suo compare Steve Kudlow sarebbero in grado di segare in due la cabina di un Peterbilt. A ruota il basso che pompa – Jovanotti docet…   😉 - di Robertson. Di fronte a cotanta colata di Acciaio lavico, figlio di una Fede di quelle con la “F” maiuscola, la “botta” è assicurata, ed è quello che il 90% dei veri fan degli Anvil si attendono da un disco dei canadesi. Quindi siamo già a più di metà dell’opera. Se poi fra la sporca dozzina delle canzoni ben otto di queste, belle fragorose, arrivano direttamente in pancia senza filtro alcuno come i vecchi tempi il gioco è praticamente fatto!

Chi se ne frega se la voce di Lips è lamentosa, se la struttura classica del tipico pezzo a la Anvil segua lo stesso cliché da quasi quarant’anni, se il titolo di un brano venga ripetuto all’infinito e se l’effetto novità sia pressoché ridotto a zero da eoni, ormai. Nel momento in cui le cose vengono fatte bene, come in questo caso e non tanto per fare – esercizio abituale degli Anvil nei periodi NO -, il risultato non può che essere positivo. Gli Anvil sono tornati e finché esisteranno gli Anvil esisterà anche un certo di HM con i controcolleoni!

Amen!

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 

 
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