Recensione: The Power Of The Night

Di Lorenzo Gestri - 5 Maggio 2015 - 0:41
The Power Of The Night (Metropolis)
Band: Metropolis
Etichetta:
Genere: AOR 
Anno: 2000
Nazione:
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80

Underrated. Sottovalutato.

Quante volte capita di incappare in questo termine nelle varie ricerche su internet, magari tra una recensione e l’altra che tenta di rivalutare, col senno di poi, qualche screditato album, perso nel tempo e sommerso letteralmente da valanghe di release discografiche. E più si esce dalla nicchia del Dio Metallo per avvicinarsi alla spesso esecrata musica mainstream e più che, a causa della vasta concorrenza, questo termine sboccia a destra e manca come funghi in pieno autunno. Bene, signori e signore, stasera anche noi riesumeremo una perduta gemma AOR dei tardi anni ’90 estremamente sottostimata: “The Power of the Night”.

L’idea del progetto Metropolis nacque nel lontano 1987 quando Stan Meissner, noto produttore e polistrumentista canadese, a forza di scrivere per varie band e cantanti (ricordiamo tra questi gli Alias, Trumph, Lee Aaron) si ritrovò in mano una manciata di pezzi inediti di un certo spessore. Desideroso di dare seguito ai suoi precedenti progetti solisti (“Dangerous Game” del 1983 e “Windows to Light” dell’86), si mise in contatto con Peter Fredette, un cantante adocchiato nel music video di Kim Mitchell “All we are”; in quello stesso anno il duo produsse il demo “Wild and Blue”. In realtà, quell’occasione permise ai due artisti di iniziare una serie di collaborazioni che per molto tempo avrebbe trasceso lo scopo originale del loro incontro (e si capisce bene, quando nomi come Lara Fabian e Celine Dion cominciano a far parte del proprio curriculum). Tuttavia ci sarebbero voluti diversi anni prima che i nostri si svegliassero un bel mattino, magari in cucina di fronte alla colazione con bacon and eggs, con la netta sensazione di aver dimenticato di sfornare un altro tipo di piatto.

Veniamo dunque al platter in questione.

La opener “Wild and Blue” mette in chiaro sin dalla prima nota lo stampo Westcoast tipico di bands come Chicago, Alias e Toto, proponendo all’ascoltatore un sound spietatamente melodico e frizzante quanto basta. Con la seconda traccia, Messner mostra il suo arsenale personale, presentando in rapida sequenza “The darkest side of the night” , il pezzo famoso del disco presente nella soundtrack di Venerdì 13 Parte VIII – Incubo a Manhattan, e “Never look back”, una hit passata scritta per l’omonimo album di Darby Mills.

Da un disco finito nel dimenticatoio ci si aspetterebbe a questo punto che abbia esaurito tutte le cartuccie; siamo quasi pronti a premere per forza dell’abitudine il tasto per iniziare lo skipping delle tracce quando giungono prepotentemente “Walk through the fire”, una traccia in puro stile Bonfire ai bei tempi di “Fireworks”, e “A million miles away”, dove la ruggente voce di Fredette da il meglio di sè. È solo allora che ci si rende conto, man mano che il disco avanza, di quanto esso possa vantare una compattezza assai rara -soprattutto in un genere come questo- e a mantenere alto lo standard compositivo. La stessa “The Best is good enough” sembra suggerire che in questo disco vi siano ben poche filler, racchiudendovi la créme de la créme di ben 25 anni di carriera.

Notiamo inoltre che, sebbene le chitarre rimangano alla guida melodica, la predilezione per le tastiere da parte di Messner trascende abbondantemente il mero ruolo di arricchimento, cosi tanto da non destare stupore di fronte all’affermazione, riportata in un’intervista fatta all’artista, di preferire la definizione Power Pop per descrivere il suo genere, piuttosto che Melodic Rock. A questo punto si spiega facilmente la presenza di ben 3 ballads: “Restless Moon”, “The Eyes of Love” e l’epica “The Power of the Night”.

Con la fine della titletrack (o della scialba bonustrack, nel caso foste riusciti a metter le mani sull’introvabile release nipponica) finisce anche il disco e un dubbio amletico continua a balenare per la testa: per quale motivo un disco di questo calibro è non è mai riuscito ad imporsi? Ad eccezione di una copertina alla stregua della confezione del disco d’installazione di Microsoft Office ’98 (là dove la cover dell’edizione giapponese invece, con la sua panoramica aerea di una metropoli notturna, ha sicuramente incarnato l’anima del platter), la qualità musicale offerta dalla coppia Messner/Fredette avrebbe dovuto assicurare con estrema facilità un posto d’onore negli scaffali della sessione Adult Orient Rock del vostro negozio di fiducia, affiancato magari da “Runaway” dei Dakota o “Walk in the Fire” degli Strangeways.

La risposta, in verità, è più semplice di quanto si possa credere.

I nostri hanno speso così tanto tempo nel tentativo di racchiudere in un disco l’anima dell’AOR 80antiano da non essersi resi conto che gli anni ’80 erano ormai passati da ben 10 anni! “Il potere della notte” ha visto la luce praticamente all’alba del nuovo millennio, risultando in ritardo per rientrare nella vecchia scuola e decisamente in anticipo per far parte di quella che molti chiamerebbero come la New Wave Of Adult Oriented Rock, apparsa nel seguente decennio inoltrato. Insomma, i nostri hanno tenuto il proverbiale sogno nel cassetto per troppo a lungo, risultando estremamente “cheesy” alle orecchie del pubblico e dei critici degli anni ’90, l’ennesimo nostalgico hard rock melodico dalle solite soluzioni compositive sentite e risentite in tutte le salse. In conclusione, il consiglio di chi vi scrive è quello di godervelo appieno nella consapevolezza che esso, a dispetto della data di pubblicazione, rimarrà sempre e comunque un degno figlio del suo tempo.

Lorenzo “Dottorfaust87” Gestri

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