Recensione: Praeludium Exterminii

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Sembra strano ma, in pieno 2017, c'è ancora chi crede al black metal ortodosso, quello incontaminato; scevro da aggettivi quali symphonic, depressive, suicidal, raw, ambient, atmospheric, ecc. Davvero tante, forse troppe, le derivazioni dal grembo natio cui, invece, amano cullarsi i francesi Black March. Formatisi nel 2011, è solo quest'anno che riescono finalmente a dare alle stampe il loro debut-album, “Praeludium Exterminii”.

Un full-length violentissimo, prima di tutto. Quello che colpisce in primis, cioè. Tornando alle sotto categorie, un po' di tempo fa si parlava di fast black metal, per una fattispecie musicale come quella in esame. Black metal puro e intonso, suonato tuttavia alla velocità della luce. Che, principalmente, è l'operazione svolta dai Black March lungo i quaranta minuti di durata del platter.

Suonare veloce e basta non è sufficiente, però. Occorre inserire del resto, nel brodo infernale che ribolle nel calderone. Che i Nostri non si difettano certo di cercare in un sound senz'altro privo di sorprese, nondimeno ricco e polposo di parecchi passaggi interessanti. Pianoforte per primo ('Interlude'). Elemento anch'esso non originale, nel black, tuttavia indispensabile per consentire di tirare il fiato fra una mostruosa bordata e l'altra.

'Theriac', per esempio, uno sfascio assoluto. Blast-beats da vertigine, BPM da allucinazione, trance totale da hyper-speed. Con rallentamenti da strappare letteralmente le budella dal ventre. Grande maestria nella manipolazione delle asce da guerra alle altissime velocità, anche. Sezione ritmica terremotante, agghiacciante nella sua precisione anche nei momenti di massima espressione cinetica.

La completa assenza di melodia allontana “Praeludium Exterminii” da proposte orchestrali, beninteso emanazioni degne del miglior black metal, ma è una mancanza che non appesantisce il tutto. Malgrado a imperare sia la dissonanza, le song del disco possiedono una forte identità, una notevole personalità. Qualità che, però, vengono alla luce solo dopo ripetuti ascolti. I  Black March evitano accuratamente di inserire inserti specificamente accattivanti, nei brani, lasciando che gli stessi emergano con lentezza ma in profondità, nella mente di chi segue. Del resto, quelle come 'From the Flame Will Come Salvation' sono canzoni tecnicamente e artisticamente ineccepibili, che rivelano uno spessore compositivo non comune. Capace, questo, di dare vita a creature apparentemente legnose e senz'anima, invece ricche e vivaci. Anche quando la veemenza primigenia lascia lo spazio a intervalli più tetri e oscuri, cadenzati.

Non è però il caso 'XIII', rappresentativa - perlomeno a parere di chi scrive - di tutto il lavoro. Vera fast song retta da un main riff da scoperchiare una casa, tirato su da sfuriate su sfuriate di rabbiosi blast-beats, diretta dalla precisione dello screaming di Marie, molto aggressivo ma mai sopra le righe, ineccepibile nella sua corretta proporzione con l'enorme base musicale. 

Black March: il black metal esiste ancora!

Daniele “dani66” D’Adamo

 

 
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