Recensione: Prelude To Decline

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Un debutto che sa già di ottima affermazione questo “Prelude To Decline”, prima uscita per i cremonesi Hellcircles.

Fondato già da qualche anno (2008), il quintetto approda dopo un bel po’ di tempo al traguardo del deal discografico con la attenta Valery Records, una delle tante label nazionali che con scrupolo ed impegno si preoccupano di reperire ed offrire spazio ai numerosi buoni talenti attivi in giro per la nostra penisola.
Heavy-Power metal scalciante ed esplosivo, mediato con alcuni evidenti riferimenti progressive, sono la radice stilistica presso cui la band guidata dal singer Marco Parisi si affilia, prendendo quali modelli molte delle realtà di maggior rilievo presenti dentro e fuori i confini del belpaese. Labyrinth, Vision Divine, Helreid, Time Machine, ma pure Primal Fear, Kamelot ed Iron Savior sono a tutti gli effetti band che in qualche modo possono vantare una presenza di rilievo nel background del gruppo, familiare con molti dei suoni divenuti di maggior successo nell’ultimo ventennio presso il pubblico avvezzo a scenari power-prog, ma non per questo sprovvisto di una personalità già ben definita, in grado di emergere attraverso composizioni elaborate, d’impatto, strutturalmente solide. Ma, quel che più conta, parecchio scorrevoli ed in grado di rendersi gradite in modo pressoché istantaneo.

Nell’arco delle dieci canzoni proposte sono, in effetti, numerosi i momenti in cui poter saggiare la bravura strumentale degli Hellcircles, band che, supportata da un lavoro in fase di produzione privo di sbavature, riesce nel difficile intento di suonare “pulita” ed in ugual modo potente, lasciando intendere una preparazione tecnica che non ha nulla da invidiare ad esponenti più blasonati della scena.
Eccellente è, sopra tutti, il lavoro alla sei corde di Roberto Fornaroli e Francesco Favara, vero valore aggiunto ad un nucleo di brani che, se non brillano per originalità in senso assoluto (difficile davvero poterlo essere, senza uscire troppo dalle coordinate prescelte), distillano comunque un connubio tra aggressività e melodia che spesso permette alla band di raggiungere esiti insperati e di buon livello.
L’idea che il quintetto abbia qualche cosa d’interessante da dire, sovviene già dall’ascolto della tonante “Let Us Unite”, power song che non si discosta molto dai toni cari ai Labyrinth, presentando però un rifferema più spinto ed arcigno, in cui gli assolo e le continue rincorse delle due chitarre assurgono al ruolo di prim’attori.
L’essenza progressiva arriva solo dopo la sfuriata iniziale con la maggiormente orecchiabile  “Take Or Give Up” in cui è sempre la coppia d’asce a dettar legge con un growl minaccioso a risuonare in lontananza, mitigato tuttavia da un “giro” melodico accattivante e di facile presa.

Una particolarità quella del growl accennato ed in secondo piano, che si rende manifesta in varie parti del disco: anche “Turn Back Time”, traccia in cui riconoscere molti punti di contatto con i Vision Divine di “Stream Of Consciousness” (soprattutto per il taglio dei cori) ne mostra largo utilizzo: anche in questo caso, le armonie descritte dal ritornello smorzano l’effetto brutale ed aggressivo.
Prog e solo prog, finalmente con la rilassata “Like A Hero”, passaggio dagli accenni alla Dream Theater, mentre arrembanti svisate power spadroneggiano in “The Damage Done”, pezzo tirato e veemente ove è ancora il growl omicida a farsi strada tra un florilegio di riff taglienti e veloci.

L’ospitata di Ralf Scheepers (Primal Fear) è quindi il momento “più” della solida “Our Drawing” episodio che ben si adatta alle corde vocali del corpulento singer tedesco pur celando una natura non propriamente speed, come ben evidenziato dall’azzeccatissimo intermezzo strumentale. Ecco, senza dubbio, uno dei passaggi meglio riusciti di “Prelude To Decline”.

Per rimanere in tema di grandi band tricolori, in “Rise Again” non è poi così difficile ravvisare qualcosa dei Domine, in particolar modo laddove i toni battaglieri vengono annegati in atmosfere quasi epicheggianti.
Il meglio arriva però nel finale, con l’accoppiata “Prelude to Decline – Release Your Pride”, una minisuite di circa otto minuti che definisce i livelli qualitativi raggiunti dal combo lombardo.
Lo sforzo profuso nel tentativo di coniugare melodia, aggressività (di nuovo un debordante growl a “corredo”), hookline immediate e violenza sonora è decisamente ragguardevole e lascia intendere come, pur facendo largo uso di un buon numero di stereotipi, gli Hellcircles abbiano nelle mani un potenziale di massima serie, buono per tendere ad obiettivi decisamente importanti e significativi.

Non sono originalissimi e propongono soluzioni spesso ascoltate da altre parti, non ci sono molti dubbi in merito. Eppure la sensazione di una conoscenza del genere tale da poterne plasmare le forme in modo consapevole è più che acclarata e fa sì che un album come “Prelude To Decline” possa presentarsi all’esame dell’esordio senza troppi timori o controindicazioni.
Gli Hellcircles insomma, vanno ad ingrossare le fila delle band tricolori di sicuro avvenire, forti di grandi capacità strumentali, buon intuito per le melodie ed un songwriting ben bilanciato tra veemenza e facilità d’ascolto.
Avremmo forse evitato l’uso un po’ troppo accentuato del growl, elemento che, tutto sommato, appare superfluo nell’economia del disco, per quanto caratterizzante. Ma è probabilmente una questione più di gusto personale che di reale opportunità.
Quello che rimane, infatti, è il buon lavoro svolto da un nucleo di musicisti solo all’apparenza alle prime armi, in grado di allestire un album competitivo e dai molti motivi di merito.

Senza incertezze, un prodotto che ai fan del power venato di progressive metal, non potrà che risultare parecchio apprezzabile.

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