Recensione: Primordial Malignity

Di Daniele D'Adamo - 7 Febbraio 2017 - 0:00
Primordial Malignity
Band: Tomb Mold
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2017
Nazione:
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75

Sono solo in due, i canadesi Tomb Mold, ma fanno come se fossero in quattro o cinque. Cioè, nella classica formazione più adatta a meglio macinare il death metal, almeno teoricamente. Difatti, Max Klebanoff e Derrick Vella, perlomeno in studio, non portano certo a rimpiangere l’assenza di altri membri, assieme a loro.

“Primordial Malignity”, il debut-album, giunge dopo l’esperienza di due soli demo, pubblicati l’anno scorso (“The Bottomless Perdition” e “The Moulting”) ma, nonostante ciò, mostra immediatamente carattere e personalità. Tant’è che ad accorgersi sia del lavoro, sia del duo, è stata la Blood Harvest, non certo una novellina in materia di puro underground.

Così, senza strafare, il mini-combo di Toronto riesce a buttar giù otto song per poco più di mezz’ora di durata. Interessanti, però. Poiché, senza dubbio, indicative di uno stile personale piuttosto riconoscibile, malgrado il genere sia stra-inflazionato. Restando peraltro centrati sui più importanti dettami del death, abbraccianti anche l’old school, evitando di fuoriuscire dal seminato allo scopo di non determinare sonorità imbarazzanti.

“Primordial Malignity” non passerà alla storia quale album-cardine del death metal mondiale, tuttavia ha un’anima propria, una vivacità emotiva, una chiarezza d’idee che lo rende in un certo qual modo vivo. ‘They Grow Inside’, prima song vera dopo l’immancabile ‘Intro’, mostra subito questa… freschezza nel marciume. I Tomb Mold giocano più totale che sul particolare, mirando a colpire l’obiettivo, anzitutto, di mettere a fuoco un modo di comporre, di suonare e di arrangiare che li renda rari nel proprio habitat. Obiettivo centrato, poiché la song più su citata rappresenta una bella mazzata sulla schiena ma, se si tende l’orecchio e si pone l’attenzione sui riff di chitarra, si scopre che questi sono tutto, fuorché granitici, quadrati, massicci. Al contrario si srotolano come vermi nelle viscere della carne, con il loro tono acuto, aggrovigliandosi su se stessi e donando quindi, al sound, un magnifico sentore di movimentata putrefazione. A irrobustire la colonna vertebrale, però, ci pensano sia le gigantesche linee di basso, davvero possenti, veri rombi di tuono, e il drumming, indemoniato, scellerato. Rapido e potente.

Una trovata forse troppo semplice, per i palati sopraffini, ma dannatamente efficace nel rendere i brani del platter sciolti e veloci, disarticolati e ficcanti. Ben diversi l’uno dall’altro seppure obbedienti alla matrice primigenia del Tomb Mold-sound. Del resto, chi approccia questi ultimi non si aspetta certo di trovarsi di fronte a degli epigoni del technical o del brutal. I Tomb Mold fanno death metal e basta. Death metal.

Senz’altro poco evoluto, e su questo non c’è dubbio. Un fatto, questo, che presenta un lato positivo, cioè la fedeltà a se stessi e la sicurezza di non trovare delle sgradite sorprese, in “Primordial Malignity”. E un lato negativo, cioè quello della sicurezza di non trovare delle gradite sorprese, giocando un po’ sulle parole ma non sul concetto.

Un po’ prevedibili, insomma. Ma, del resto, loro sono così: prendere o lasciare.

Prendere.

Daniele D’Adamo

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