Recensione: Progressiva Desolazione Urbana

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Le innaturali concentrazioni metropolitane non colmano alcun vuoto, anzi lo accentuano.
L'uomo che vive in gabbie di cemento, in affollatissime arnie, in asfittiche caserme
è un uomo condannato alla solitudine.

(Eugenio Montale, Lo sport e il patriottismo)


I Disequazione (moniker che più NERD non si può) nascono nei “ruggenti” anni Ottanta a Trieste, complice l’incontro tra il bassista Giorgio Radi e il chitarrista-flautista Vinicio Marcelli; a questi si aggiunge successivamente Dario Degrassi (tastiere). Propongono musica imbevuta di neo-prog britannico e pop italiano anni Settanta. L’attività live porta soddisfazioni al combo italiano, che riesce a fidelizzare una solida schiera di fan che raggiungono il migliaio di presenze. Negli anni '90 accompagnato a più riprese dal vivo Aldo Tagliapietra (Le Orme) ed il cantante Luca Sparagna ha suonato con Le Orme stesse in più di un'occasione. Dopo qualche anno di pausa, il gruppo ritorna con la formazione originale, con Fiodor Cicogna alla batteria, e dopo alcune esibizioni, iniziano a registrare Progressiva desolazione urbana, in perfetta continuità con il sound del passato.
Il platter viene pubblicato nel novembre 2016 da Andromeda Relix: i Disequazione, dopo oltre trent’anni, ripropongono, dunque, inossidabili e con piena coerenza il loro prog rock. Vediamo brevemente la tracklist, composta da cinque brani per un totale di quaranta minuti abbondanti di musica.


L’opener, “Inutile”, è un biglietto da visita ricercato ed eclettico, si passa da un avvio più movimentato a momenti lisergici simil Camel e Procul Harum (ad esempio a metà del terzo minuto). Ottimi gl’inserti di tastiera e hammond, il drumwork non lesina qualche finezza e asprezze icastiche. I sessanta secondi finali sono pura magia, ascoltare per credere. La seguente “Il vaso di Pandora” ci accoglie con un basso avvolgente e ancora tanta attitudine settantiana. Possiamo dire senza paura di smentita che si tratta di un brano che valorizza a dovere lo strumento portato all’apice da Jaco Pastorius. Non sfuggono, inoltre, rimandi (involontari?) ai The Flower Kings.
Debitore ai The Tangent, invece, l’incipit di “È giorno ormai”, frizzante e con un buon groove. La voce di Luca Sparagna non è potente, ma comunque cristallina e marcatamente narrativa. Fiodor Cicogna si diverte nel cadenzare il più possibile il ritmo vellicante del pezzo, che termina ex abrupto lasciando spazio alle chitarre semiacustiche presenti all’avvio di “Nel giardino del piccolo GiK”, quasi otto minuti onirici (con qualche palpito a metà minutaggio).
Come in ogni disco prog, che si rispetti, infine, troviamo a chiusura di full-length una suite, in questo per di più strumentale. La prima parte vede un drumwork ficcante, Cicogna s’ispira al Portnoy dei Transatlantic. Seguono momenti gilmouriani, poi non tarda a presentarsi l’immancabile pazzia falotica propria del rock progressivo che si rispetti. Dopo un intermezzo cibernetico alla Ayreon, il ritratto del moderno “nichilismo morbido” urbano prosegue senza soluzione di continuità per altri sei minuti di musica davvero godibile.

Poche sbavatura in Progressiva Desolazione Urbana, un album che ha il proprio valore aggiunto nel levare e in testi poetici (l’esergo montaliano presente nel libretto poteva benissimo essere sostituito con un passo del Calvino de La speculazione edilizia e La nuvola di smog). I Disequazione dimostrano bravura e maturità nel creare un sound bilanciato e per palati nostalgici. Promossi a pieni voti.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 

 

 
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