Recensione: Psychotic Symphony

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Per commentare l'opera prima del supergruppo statunitense Sons of Apollo, la redazione di Truemetal propone due punti di vista differenti, due disamine approfondite ma non convergenti, specchio di un album che ha del controverso e può suscitare tanto sano entusiasmo, quanto un semplice cenno di cauta approvazione. Di certo Psychotic Symphony è un disco con tanta carne al fuoco e vede in line-up alcuni dei migliori musicisti della scena prog. contemporanea. Il voto complessivo è la mera media aritmetica dei due punteggi, prendetela cum grano salis.

 

Recensione di Luke Bosio

In concomitanza con l’atteso movie dedicato alla Justice League dei super eroi della DC Comics, ecco giungere la League dei musicisti-super eroi radunatisi sotto il moniker Sons Of Apollo, ossia: alla voce Jeff Scott Soto (Trans Siberian Orchestra, Talisman, ex-Journey, ex-Yngwie Malmsteen, ex-Axel Rudi Pell); alla chitarra Ron "Bumblefoot" Thal (Art of Anarchy, ex-Guns N' Roses); al basso Billy Sheehan (The Winery Dogs, Mr. Big, ex-David Lee Roth); ai tasti d’avorio Derek Sherinian (Black Country Communion, ex-Dream Theater, ex-Alice Cooper, ex-Platypus, ex-Yngwie Malmsteen, ex-Kiss) – alla batteria, infine, Mike Portnoy (The Winery Dogs, Transatlantic, Flying Colors, Neal Morse Band, ex-Dream Theater, ex-Adrenaline Mob, ex-Avenged Sevenfold)! Se non sapete chi siano costoro o i loro rispettivi gruppi di appartenenza, vuol dire che avete dormito per almeno 20 anni con la testa sotto una pietra e non mi capacito della vostra presenza su queste righe! Figli di Apollo, figli del dio greco dell’arte, della poesia e appunto della musica…un super-gruppo assemblato in maniera coerente ma, come spesso accade per formazioni di questo lignaggio (EL&P, Asia, Mr.Big, Whitesnake con Steve Vai, GTR e altri ancora) il rischio di cadere nella trappola di esagerare tecnicamente o di ripetere pedestremente quanto proposto in passato con i rispettivi complessi di appartenenza era dietro l'angolo.

Niente di tutto questo: Psychotic Symphony è dal lato compositivo un disco molto ispirato, ed è sicuramente il lavoro più duro a cui Mr. Portnoy abbia collaborato dopo la sua uscita dal Teatro del Sogno. Possiamo inoltre affermare che tra queste nove tracce non ci sia un solo filler e si sia cercato un ottimo compromesso tra pesantezza d’impatto, modernizzazione e melodia, il che è da inquadrare non come una via di fuga alternativa o ulteriore sperimentazione, ma come un esporsi senza timore alcuno, ai giudizi che pioveranno malignamente sulla band, specie dai fans della band di Petrucci… ovviamente invidiosi. Un lavoro che esalterà sia i metallari più intransigenti che ameranno il suono a tratti minaccioso e dannatamente distorto di Bumblefoot su Coming Home, ma anche gli appassionati di Progressive avranno di che soddisfarsi ascoltando le mille partiture delle tastiere del mago Derek Sherinian con chiari rimandi agli EL&P specie nella pura follia sonica della lunga strumentale Opus Maximus posta in chiusura del lavoro. Presenti i cori tipici dei Kansas degli anni ’70 (Signs of The Time) o rimandi ai Deep Purple e alla famiglia allargata Whitesnake/Rainbow (God Of The Sun e Divine Addiction). Tanta carne al fuoco! Per una volta tessiamo le lodi per qualcosa di veramente straordinario, quindi vi dico che la scuola Rush di Neail Peart si riflette ancora una volta sullo straordinario, variegato e possente drumming di Mike Portnoy, il basso di Billy Sheehan è pulsante e vivo tra le tracce e a 60 anni si regala la band migliore della sua carriera, la ritmica a tratti fusion - a noi rocchettari tanto indigesta - di Bumblefoot (chiamato a sostituire Tony McAlpine) e i suoi assoli appaiano tra i più tecnici, raffinati e sofisticati di sempre. Il collante perfetto, alla fine risulta l’ugola duttile di Jeff Scott Soto che in simili sonorità ci sguazza alla perfezione, riuscendo ad esprimersi a livelli d’intensità impressionante donando la sua personale interpretazione a ciò che in passato fu dogma assoluto di Ronnie James Dio e David Coverdale.

L’unica cosa certa è che nessuno potrà mai e poi mai mettere in discussione nemmeno per un solo attimo l’immenso valore artistico-compositivo di questi cinque favolosi musicisti americani, che saranno ricordati negli anni a venire come una band talmente singolare e fuori da ogni schema prestabilito nonché unica nel suo insieme. La loro abilità sta da sempre nel saper suscitare, con un approccio musicale che di “umano” ha davvero ben poco, emozioni sublimi (una citazione particolare alla stupenda Alive, un modo di fare ed intendere la musica, quello delle ballad, caduto ormai da parecchio tempo in disgrazia, e rilegato per lo più alle band di puro stampo AOR), la loro attitudine al songwriting stupefacente: le melodie non sono mai banali e fine a se stesse, ma cervelloticamente ricercate; la tessitura vocale è avvincente e perfettamente scolpita nel finissimo dosaggio dei molteplici breaks strumentali. Ecco un altro capitolo fondamentale che va ad aggiungersi ad una lunga lista di album che hanno realmente scritto la storia della musica. I Sons Of Apollo sono come un preziosissimo diamante dalla bellezza e brillantezza unica e dal valore inestimabile sia per il metal, per il prog e per la musica rock tutta! Per il resto non si può che rimanere a bocca aperta, il quintetto si è reso partecipe di una performance eccezionale, roba da applausi a scena aperta, non ci sono aggettivi sufficienti: solo la musica deve parlare! Voi ricordatevi di alzare il volume.

VOTO: 95/100


 

Recensione di Roberto "Rhadamanthys" Gelmi

Tentiamo un bilancio della carriera di Mike Portnoy dal 2010, anno della sua uscita dai Dream Theater. Non ha lasciato il segno negli Adrenaline Mob, con i Winery Dogs e il quarto studio album dei Transtlantic ha navigato a vista; di maggiore spessore si è rivelato l’ultimo album di Neal Morse e l’avventura targata Flying Colors. Poi alcuni progetti paralleli, tra i quali la partecipazione al 70000 Tons of metal, l’accudimento del figlio Max nei Next To None, la "twelve-step suite" per festeggiare i 50 anni (non di carriera!) e qualche concerto con Derek Sherinian, Sheehan e MacAlpine.
Proprio da questo sodalizio estemporaneo, nato a ridosso dell’uscita dalla band di Petrucci, sono continuati i contatti con l’amico ex-Dream Theater, tastierista dalla tecnica eccentrica e una carriera solistica di tutto rispetto (7 album in dodici anni). Sherinian e Portnoy si erano rivisti, tra l’altro, per il tour celebrativo When day and dream reunite, una chicca che invito a riscoprire.

Ma veniamo ai Sons of Apollo. Una prima idea di scendere in campo è dei primi del 2017, solo ad agosto il progetto inizia a concretizzarsi. Il moniker nasce da una proposta di Portnoy (che ha una lista lunghissima di possibili nomi di band), orientato inizialmente sulla dicitura Apollo Creed (il deuteragonista di Rocky nella fortunata serie cinematografica); Sherinian ha virato su una scelta meno pop recuperando i suoi trascorsi mitologici del 2004.
In line-up ritroviamo il sempre gradito Billy Sheehan (ormai sessantenne), la voce atipica e melodica di Scott Soto (ex-Journey) e Bumblefoot (ex-Guns ‘N Roses). Il supergruppo ha postato diversi video-interviste per spiegare come ha funzionato l’alchimia della band. In una sala prove piene di tappeti vediamo questi signori musicisti brandire strumenti a doppio manico e Sherinian con un angolo tastiere dal budget proibitivo. Potenza in bella vista, ma basterà la tecnica per creare qualcosa di nuovo, vista l’età anagrafica dei musicisti in campo?
Se l’artwork è meno derivativo e si lascia apprezzare (grifone e leone indicano fuori di metafora i due mastermind), il titolo dell’album invece poteva essere migliore. La produzione è affidata alla coppia Portnoy-Sherinian, che privilegia un mix cristallino ma fin troppo saturo. Sherinian commenta il sound dei SoA con queste parole: “The music is modern, but we have an old-school soul. What is unique about Sons of Apollo is that we have true rock n’ roll swagger along with the virtuosity-- a lethal combination!” (La musica è moderna, ma abbiamo un’anima da vecchia scuola. Quello che è unico dei SoA è che abbiamo la spavalderia rock combinata con del sano virtuosismo – una combinazione letale!”).
Nei comunicati stampa si parla di elementi che richiamano addirittura band come Van Halen, Deep Purple e Led Zeppelin, in realtà il risultato è ben più modesto. Vediamo perché a nostro avviso.

Gli undici minuti dell’opener “God of the sun” sono un buon biglietto da visita. S’inizia con atmosfere araboidi (Apollo viene dall’India come Dioniso) e il synth imbizzarrito di Sherinian, tanto che sembra di ascoltare un suo album solista, ma in men che non si dica subentra il restante comparto strumentale a comporre un ripieno sonoro compatto e maestoso. La voce di Soto sta a pennello, il refrain con hammond è melodico al punto giusto, tutto procede godibile senza soprese (forse si pecca solo di prolissità nelle scale sciorinate), quando a metà brano la musica indiavolata s’interrompe bruscamente e i ritmi si fanno crepuscolari. Va dato atto al tentativo, opera di Sherinian, di cucire queste due parti di un brano, che appare comunque poco coeso e riguadagna potenza dopo un altro highlight del tastierista californiano. La parte strumentale che segue è un tripudio di tecnica spietata, tra tapping di chitarra, frustate di basso e tempi dispari. Sembra di ascoltare “Full Circle” (terzo movimento della suite "Octavarium") ma anche un brano come “The Sons of Anu”. Il finale riprende il refrain iniziale, sono passati dieci minuti tondi. Che dire? Una composizione in più sezioni, con raccordi non sempre convincenti, ma la sostanza non manca.
Per sdrammatizzare segue la più catchy “Coming Home”, un brano che non poteva mancare nel debut album di una band che vuole dirsi eclettica e rockettara. Va detto che il sound resta pesante (il mix della 4 corde è qualcosa di godurioso), gli unisoni non mancano di strappare un sorriso e il groove non manca. Soto regala una prestazione notevole, con i giusti acuti e attitudine R’n’r. Forse le seconde voci potevano essere meglio realizzate, ma “Coming Home” resta una buona hit. Seguono due canzoni dal minutaggio più sostenuto. “Signs of The Time” è una song ruvida con strofe impreziosite da un drumwork ricco di finezze, inserti semiacustici e un refrain con un corale Hold on!. La doppia cassa non si fa desiderare, però la sezione ritmica, complice il mixing, continua a suonare secca e chirurgica. A metà del quinto minuto ha luogo, invece, una sezione eterea alla Planet X che tutti i fan del gruppo di Sherinian non potranno non amare: uno dei momenti più alati del paltter, non fosse per l’ennesimo assolo troppo prolungato di Bumblefoot che pecca di prolissità.
Cadenze seriose all’avvio di “Labyrinth”, pezzo che non convince più di tanto nei primi minuti e si salva per alcune trovate di Sherinian, sempre bravo a creare atmosfere icastiche. Niente male nemmeno la parte psichedelica al quarto minuto con Portnoy che si diverte a infilare fill su fill. Purtroppo la composizione non riesce a trovare una sua forma definita e alterna continui cambi di tempo, s’involve in se stessa e ritorna il senso di collage già avvertito precedentemente. Qua e là per rendere il sound più moderno, infine, ci sono asprezze djent, ma, insieme a un buon unisono (tra l’ottavo e il nono minuto), non stupiscono per innovatività. A metà album ci aspettano tre brani corti, per rifiatare un po’. “Alive” è una ballad senza infamia e sanza lode, Soto canta col giusto pathos, ma è il ritornello a risultare debole e prevedibile, le seconde voci suonano stucchevoli e Sherinian avrebbe potuto evitare i synth più acidi in questo caso. Unica emozione il momento etereo disegnato in punta di plettro da un ispirato (questa volta) Bumblefoot. Altro pezzo granitico il seguente “Lost In Oblivion”, con tanta doppia cassa, hammond e testi sabbathiani. Un exploit tra metal e hard rock, con un Sheehan strepitoso in fase solistica nel finale.  
Siamo quasi in chiusura. Il veloce, ma non sottovalutabile, intermezzo “Figaro's Whore” (il titolo è una delle solite mattane di Sherinian, come la quarta track di Universe dei Planet X) vede il tastierista sugli scudi per introdurre l’ondivaga “Divine Addiction”, brano magnetico e con la giusta verve. Peccato che come epilogo ci tocchi una strumentale da ben dieci minuti, “Opus Maximus”, pesantissima all’avvio e infinitamente articolata con note a profusione. I secondi migliori sono quelli dove i bpm si abbassano e si lascia spazio di divagare alla mente, altrimenti costretta in un labirinto sonoro dalle tinte spesso oscure.

Si esce in parte soverchiati e in parte soddisfatti dall’ascolto di Psychotic Symphony. I SoA non sono certo i Dream Theater della nuova decade: il difetto maggiore del nuovo super-gruppo è l’eccessivo affidamento alla tecnica dei singoli attori in campo, cosa che rende il sound della band troppo saturo e pesante. Portnoy privilegia il mix della batteria, Sherinian eccede in protagonismo, mentre Bumblefoot poteva regalare, invece, qualche assolo migliore. Soto merita un voto discreto, ma risulta il membro meno coinvolto nel progetto, pur dandogli originalità con il suo timbro caldo.
Nel 2018 i Sons of Apollo inizieranno un tour mondiale, ora che i Winery Dogs si sono presi una pausa, il buon Portnoy potrà girare il mondo con il suo nuovo gruppo a stelle e strisce. Difficile dire se varrà la pena acquistare il fatidico biglietto per un’eventuale data italiana…

VOTO: 71/100

 

 
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