Recensione: Punishment Day

Di Matteo Di Leo - 12 Novembre 2012 - 0:00
Punishment Day
Band: Plector
Etichetta:
Genere:
Anno: 2012
Nazione:
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72

«Nessun compromesso».
Questo sembra essere l’unico motto possibile per i Plector, trio svedese dedito a un thrash/death metal furente e senza fronzoli, per nulla disposto a scendere a patti per quanto concerne la propria espressione musicale e la gestione stessa della ‘creatura Plector’.

Dopo soli due album in poco più di lustro, gli scandinavi decidono che è il momento di smettere con la pubblicazione di “Punishment Day”, viste le difficoltà finanziare che rendono assai arduo mantenere in vita in maniera dignitosa il gruppo, cui si sommano i problemi incontrati nel suonare con continuità dal vivo, condizione indispensabile per chi reputa lo stage il proprio habitat naturale. Piuttosto che tradire l’indole da live-band che li caratterizza o peggio ancora snaturarsi musicalmente alla ricerca di un’ipotetica quanto effimera maggiore visibilità, i Plector dicono basta, salutandoci con una colata lunga una quarantina di minuti di metallo incandescente. Beh, chapeau! In un mondo dove, per dirla con le parole del sommo Victor Hugo «c’è gente che pagherebbe pur di vendersi», vedere dei ragazzi che non cedono di un passo e preferiscono fermarsi pur di mantenere intatta l’integrità, non so in voi, ma in me suscita un profondo senso di rispetto.

La ‘no compromise attitude’ viene ovviamente rispecchiata anche nella loro musica. A tre anni da quel “Dark & Spitful” che, complice anche la rete, regalò loro una discreta visibilità, i Nostri ci consegnano un altro piccolo trattato di thrash metal fortemente debitore della tradizione 90’s (Pantera, ma anche i connazionali The Hunted) di tanto in tanto estremizzato da soluzioni tipiche del death anni ‘80, leggasi sfuriate in blast-beats e vocals in perenne growl. I due membri storici Erik Engbo (chitarra e voce), Vilhelm Norberg (batteria) sono il fulcro dell’intransigenza metallica dell’act nordeuropeo. Erik si rende protagonista di un’ottima prova alla sei corde, tra riff affilati come lame di rasoio, ritmiche al fulmicotone e soli ispirati, anche se le sue linee vocali sono troppo monotone e uguali a loro stesse; mentre Villhelm dal canto suo non si risparmia di certo dietro le pelli, prodigandosi in una prestazione varia al punto giusto, decidendo saggiamente quando preferire pattern groovy e quando invece scatenarsi verso l’estremo. I baldi giovani sono coadiuvati dalla prova essenziale ma sostanziosa al basso di Patrick Wall – già nelle file degli Apostasy – il quale, spesso e volentieri regge le file della ritmica senza l’ausilio della chitarra durate i solo di Enrik, soluzione già ‘cristallizzata’ nei capolavori dei cowboy texani. Pecca maggiore del disco resta comunque una certa ripetitività di fondo che rende la gran parte dei brani difficilmente distinguibile l’uno dall’altro se non dopo molti ascolti, abbassando conseguentemente la valutazione complessiva del disco stesso.

Tra mazzate spacca-collo (“Overthron”, “Insularity”, “Postal”, “Take the Hit”), episodi pregni di groove quali “To Be Punished” e “Dishonesty”, forse la migliore della track-list assieme alla conclusiva “Devotion” per via di una maggiore varietà e ricercatezza sonora all’interno dello stesso brano, “Punishment Day” scorre via tutto sommato piacevolmente, mantenendo sostanzialmente quanto promesso: una buona colonna sonora per del sano e spensierato headbanging.

Difficile dire se in una scena iper-affollata come quella metal qualcuno sentirà la mancanza dei Plector, certo è che quando qualcuno deve smettere di inseguire il proprio sogno per motivi esterni alla propria volontà, rimane uno sgradevole amaro in bocca.

Matteo Di Leo

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Tracce:
1. Overthrown 4:12
2. Insularity 3:54
3. No Reward 4:52
4. Dishonesty 5:13
5. To Be Punished 4:11
6. Postal 4:04
7. Take The Hit 4:52
8. The Ending 4:44
9. Devotion 5:41

Durata 41 min.

Formazione:
Erik Engbo – Chitarra/Voce
Patrik Wall – Basso
Vilhelm Norberg – Batteria
 

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