Recensione: Pure

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1995: “Heart of the Ages” lascia gridare al capolavoro sin dai primi ascolti, monumentale.

1997: “Omnio” esplora molti universi prima distanti proseguendo la scalata verso l’irraggiungibile.

1999: “Strange in Stereo” prende una spinta infinita che diventa lo zenit della ricerca e sperimentazione della band.

Un trittico intoccabile, praticamente perfetto che ha sancito la grandezza degli In The Woods… confermando quanto il loro cuore batte a ritmo di avantgardein ogni  forma e direzione, non vi sono parole da aggiungere.

2014: Si riformano in pompa magna gli In The Woods… e dentro ogni pensiero di ogni devoto dei Norvegesei v’è quella frase che echeggia “pure loro?”; forse non è il caso di lasciare il passato alle spalle e rimettersi in careggiata con altre realtà? Evitare di infangare il nome con il classico riscaldamento della minestra precotta è un gesto di rispetto nei confronti di album nel loro piccolo storici, perché dunque questa scelta? Vista l’innata creatività del combo, con un supercatantate in aggiunte alla vecchia formazione quale Fogarty (Ewigkeit ed Old Forest), poteva uscire di tutto, il mondo dell’avantgarde metal non attendeva altro e le prospettive erano delle più rosee. Le domande dei primi momenti poggiavano su di una base molto solida, si attendeva il capolavoro, il quarto per l’esattezza, ma qualcosa non è andato secondo i piani; non siamo qua certamente a parlare di un disastro, ma è non è tutto oro quel che brilla.

Pure” esce sul mercato a due anni di distanza dalla reunion, dopo una splendida raccolta in sole 3000 copie che celebra la storia della band e i commenti sono contrastanti, quando questo accade è segno di capolavoro incompreso o di totale fallimento elevato semplicemente dall’ignoranza (visto nel significato specifico del termine per ignorare) che esclude il trascorso del gruppo in toto. “Pure” si sostiene su dieci canzoni che distano diciassette anni dall’ultimo parto in studio, una notevole distanza separa la mentalità creativa dalla semplice potenzialità interna ad ogni componente; irrazionale sarebbe stato desiderare qualcosa che andasse a scalvare gli ordini gerarchici della discografia della band. Alla lunga e dopo molteplici ascolti v’è la sensazione che il risultato finale ci offra una dose massiccia di copia ed incolla rigirati dove gli In The Woods… hanno costruito la loro “comfort zone” per non eccedere o non saper eccedere, come al contrario il passato ci insegna. Ogni composizione ha molteplici particolari aggiunti, melodie finemente costruite (‘Devil’s at the Door’) e incastri di arpeggi che ricordano quanto la bravura dei nostri sia un dono della natura (‘Transimission KSR’), ma altre cose è meglio dargli il peso che meritano. Brani come ‘Cult of Shining Star’ o la conclusiva ‘Mystery of the Constellation’ non hanno alcun grave difetto, se non girarsi e rigirarsi entro un vortice di linee vocali e strumentali già ascoltate decine di volte e senza alcune fine comune. Il bandolo della matassa non riesce ad emergere e a fine brano un sospiro interlocutorio si fa avanti spavaldo. Ascoltando l’intero album dall’inizio alla fine si porta con se una torrida sensazione di indefinito dispiacere, la curva dell’attenzione tende a scendere in svariati momenti a causa della mancanza di stimoli corretti, la monotonia ha il coltello dalla parte del manico e non abbiamo nessun sussulto o incipit che ci lascia impietriti, senza parole. Manca il vero colpo di genio che in passato abbiamo scoperto con piacere. L’idea generale è quella di un album che tenda a distaccarsi anche dall’avantgarde stesso cercando casa in ambiti più space rock con lievi virate al doom più canonico; una via interpretativa che mescola le carte in tavola senza raggiungere l’obbiettivo, poiché anche il minutaggio di ognuna delle canzoni nuoce sul risultato finale, andando ad aumentare notevolmente la durata di brani che necessitavano di meno ostinazione e più idee concrete. I colpi di genio ci sono, vedasi ‘The Cave of Dreams’ ma sono troppo altalenanti per musicisti di questo calibro. Una produzione sintetica, dritta al punto che tende a non strafare senza a distaccarsi così lontanamente da “Strange in Stereo” tende ad un semplice aggiornamento, come a voler allungare la mano agli anni 90 a segno di una lettura del passato in chiave contemporanea; I fratelli Botteri tengono le redini del timone ma l’allenamento è appena iniziato.

Uno sguardo complessivo ci lascia alla cronaca un album di facile appiglio, con qualche lampo di genio, qualche felice conclusione con una adeguata varietà compositiva e solide realtà. Ahinoi la dura verità ci ricorda che gli In The Woods… potrebbero e/o dovrebbero, anche dopo tutti questi anni di inattività, essere molto più di questo ed il voto qui sotto è alla pari di un pugno nello stomaco, se giustamente proporzionato al nome in copertina.

2016: “Pure”, ovvero, ai posteri l’ardua sentenza.

 
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