Recensione: Purgatory [EP]

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Tutti conosciamo bene Jon Schaffer adesso, chitarra, mente e unica costante dell’heavy band americana Iced Earth. Ma la prima vera incarnazione di questo gruppo si chiamava Purgatory, vissuti proprio tra il 1985 e il 1988, per poi diventare ciò che la storia ha sancito come uno tra i migliori complessi mastica-riff delle ultime decadi. A distanza di circa 30 anni, Jon ha deciso di rispolverare il proprio cassetto dei ricordi e dar vita propria ai Purgatory, registrando quella che a tutti gli effetti rappresenta la prima release ufficiale, l’omonimo EP contenente ben cinque brani composti tra l’85 e l’87. L’album è dedicato a Richard Bateman, bassista originario della band scomparso poco prima che i lavori prendessero il via, mentre la produzione è stata affidata alle mani (ormai) esperte dello stesso Jon Schaffer e Jim Morris, che hanno saputo trasmettere al meglio le sonorità degli anni 80, senza però rinunciare alla pienezza di un muro di chitarre e una sezione ritmica cristallina, dove dietro alle pelli della batteria troviamo peraltro Mark Prator, drummer che ha messo lo zampino su ben più di un paio di dischi marchiati Iced Earth.

 

Abbiamo a disposizione 25 minuti e 5 veri e propri brani che rendono questo EP un piccolo gioiellino in grado di farci capire che i Purgatory, all’epoca come adesso, sono impregnati da un sound riconoscibile per ritmiche serrate e stacchi acustici che fungono da trampolino per le numerose ripartenze melodiche e gli assoli chitarristici, aspetto che negli Iced stessi non è mai stato predominante. Come detto, la componente 80s è presente in ogni singola nota e nonostante la produzione e il mixaggio siano perfetti, la sensazione di ascoltare un prodotto nato trent’anni fa persiste per tutta la durata del disco. I cinque brani, seppur differenti tra loro, mantengono in comune una struttura che ruota attorno allo sfaccettato e ormai perfettamente distinguibile riffing di Jon Schaffer, mentre la voce di Gene Adam ci trascina in quel teatrale mondo orrorifico che rappresenta l’unica vera e propria costante dell’EP.

 

Giunti alla fine del primo ascolto è inevitabile ripartire dal principio e così si scopre, una volta dopo l’altra, come ognuna delle cinque canzoni sappia farci immergere sempre di più in quell’atmosfera abilmente creata da musicisti che possono contare su una comprovata esperienza che non ha però rinnegato le proprie radici, le stesse che hanno dato modo di scrivere canzoni immediatamente riconoscibili e che nonostante siano sonoricamente simili l’una all’altra, offrono un perfetto spaccato di quella meravigliosa creatura che da lì a poco avrebbe cominciato a riscuotere il successo meritato. Al momento non è dato sapere se i Purgatory torneranno in studio e se scriveranno nuova musica, tolto il fatto che uno dei più grandi meriti di questo EP sia proprio il fatto che abbiamo la fortuna di ascoltare pezzi altrimenti accantonati. Quel che è sicuro è che un nuovo possibile album potrebbe discostarsi parecchio da queste canzoni scritte 3 decadi fa e che un songwriting contemporaneo potrebbe finire per diventare un clone degli stessi Iced Earth. Ma stiamo parlando di Jon Schaffer e non mi stupirei se fosse in grado di far convivere due creature distinte e raddoppiare i dischi che vorremo far finire sul nostro scaffale. Se siete amanti di sonorità che strizzano l’occhio ai primi Maiden e Mercyful Fate avrete già la bava alla bocca; in caso contrario sappiate che Purgatory è in grado di suonare old school e moderno allo stesso tempo, ecco l’incredibile magia che lo rende un piccolo gioiello.

 
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