Recensione: Purify

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Se non li avete mai sentiti nominare, non preoccupatevi, i Borders sono al disco d’esordio e si pongono come una realtà fresca nel panorama metalcore che strizza l’occhio al djent e ad altre contaminazioni che troverete nel primo full lenght della loro carriera. Il quartetto viene dal Regno Unito, per la precisione da Lincoln, e dalla sua ha una florida attività in sede live, addirittura con nomi del calibro di Whitechapel. Probabile che se masticate certe sonorità vi sia venuta l’acquolina in bocca, quindi bando alle ciance e concentriamoci su Purify, album che segue gli interessanti singoli e l’EP del 2017, intitolato Diagnosed.

 

Liricamente per nulla scontati, con testi che spaziano da problemi sociali, guerre e forti critiche al sistema sanitario, i Borders fanno capolino nei vostri timpani con l’opener 731, molto diretta, potente e orecchiabile. La prima porzione del disco scorre via veloce e racchiude quelli che sembrano essere gli episodi più easy listening dell’intero album. Infatti, seppure Damage Everything suoni stilisticamente più ambiziosa e conceda più spazio a partiture più tradizionalmente djent, l’intero lavoro tende più a essere classificato metalcore, senza però avere necessariamente aperture e ritornelli melodici o con voce pulita. Si percepisce un’ottima intesa e si può notare l’ottimo lavoro che la band ha svolto in studio, mettendo il singer JJ quasi sempre al centro dell’attenzione e quest’ultimo, senza farselo dire due volte, è in grado di trascinare il gruppo grazie a un’ottima versatilità. Bad Blood è un altro ottimo episodio, che cresce ascolto dopo ascolto, proprio come l’intero CD, ma A World Apart raccoglie lo scettro di vero highlight, con una partenza in 2/4 a dir poco esplosiva e l’idea che questa potrebbe e dovrebbe essere l’evoluzione ideale per il combo.

 

C’è ancora spazio per Faded – la più djent – o per la conclusiva Walking Dead, giusto epilogo che fa ben sperare per il futuro dei Borders e degli estimatori di queste sonorità. Purify non è pero esente da difetti e in questo caso non punto tanto il dito ai brevi “tuffi al cuore” con linee vocali rap, abbastanza brevi da non pesare sul giudizio complessivo, quanto invece sul fatto che sembra manchi il punto esclamativo. Insomma stiamo pur sempre parlando di un disco d’esordio, ma la precisione degli strumenti e la produzione cristallina della Long Branch sembrano accentuare le aspettative e questo mi lascia leggermente spiazzato. Purify è un buon disco, non vi farà strappare i capelli, ma vi regalerà una mezz’ora abbondante di buona musica e, tenendo conto che questo sia un punto di partenza, tra due o tre anni potremmo ritrovarci qui e parlare di qualcosa di veramente valido, sicuri che nel frattempo il quartetto continui su questa strada e inserendo maggiore personalità nel proprio sound.

 

Brani chiave: 731 / Damage Everything / Bad Blood / A World Apart

 
70