Recensione: Purple

inserito da

 

“Voleva la botte piena e la moglie ubriaca…”

 

Dovrei farvi un classico ritratto della band in questione con un cenno alle uscite in essere, ai suoi componenti e bla bla bla.. Non questa volta, ho pensato che la cosa migliore sia comprendere, analizzare la scintilla che ha dato vita a questo nuovo quarto full-lenght dei Baroness attraverso significati ed eventuali simbolismi che si nascondo alla luce del sole. Ogni colore come sappiamo rappresenta un nuovo album, non sono colori a caso tirati su in base alla follia o al sentimento del preciso istante in cui si decide di comporre ma piuttosto, secondo John Baizley (curatore artistico e frontman della band), ogni uscita deve rispecchiare una tonalità presente nell’arcobaleno. Il viola cromaticamente è formato dall’unione di rosso e blu (non a caso i due colori utilizzati dei nostri nelle due prime uscite), simboleggia la metamorfosi, il mistero, l’unione degli opposti, generosità e l’umiltà; unendo tutte queste caratteristiche è dunque possibile comprendere come i due capitoli acidi (giallo e verde) siano stati messi in questa uscita da parte per dedicarsi alla riscoperta del passato, segnato da un terribile incidente in Inghilterra qualche anno addietro e rivisitando in tutto e per tutto la struttura Baroness-iana sotto una luce differente e contemporanea.

Proprio quell’incidente, del quale tutti siamo a conoscenza, ha influito in maniera diretta per la riuscita di questo album, che oggi non sarebbe mai e poi mai diventato tale se non avesse avuto le influenze di un passato scomodo e indimenticabile. La cover, quel bellissimo segno che ad ogni nuovo capitolo ci viene regalato da Baizley stesso, fornisce una chiave di lettura che porta l’ascoltatore non superficiale ad addentrarsi meglio nelle viscere di Purple. Al centro c’è posta una rosa che va a riprendere proprio quella Rosa Tudor con il rosso di York e il bianco di Lancaster, tipico simbolo araldico inglese dove l’incidente avvenne con relative conseguenze; l’aquila sul lato destro è in ricordo di quella che guardava lo stesso John attraverso un vetro della stanza dell’ospedale durante la sua riabilitazione, le api che sovrastano il corpo di una delle quattro ragazze (come gli album composti) a simbolo del lento percorso iniziatico, l’ape operaia che abbandona i vizi e porta la sua intera esistenza alla cura dell’alveare; infine i cani ed i topi, quali fedeltà alla famiglia e caccia alle figure delle tenebre che regnano sovrane nei sogni. Non ci vuole un genio per comprendere che questo album è un omaggio al passato, alle disavventure e un messaggio di positività verso il percorso da intraprendere da qui in avanti.

E musicalmente?

Se con i precedenti due capitoli si era notato un ammorbidimento delle sonorità, in questa quarta fatica le coordinate stilistiche non cambiano direzione, andando a pestare ancora di più sulla componente melodica e scanzonata che ha fatto breccia negli anni passati. I vecchi riff sfondoni e pesanti di un sludge progressivo si sono defilati nelle retrovie, facendoci trovare una band pronta ad un mercato più aperto e easy-listening. Ovviamente le influenze che vi si possono ritrovare sono molteplici e piene di sfumature come non mai; canzoni come Try To Disappear, Kerosene o l’iniziale Morningstar sono da cantare sotto la doccia ma, a dispetto dell’apparenza, sono colme di richiami che accrescono l’ampiezza visiva di ogni singolo brano. Se escludiamo la strumentale Fugue e la conclusiva e breve Crossroads Of Infinity ogni brano è un potenziale singolo. Aperture, divagazioni, richiami e omaggi a band cardine del presente e del passato quali Mastodon, The Ocean, Isis, The Sword, Hawkwind ed una spruzzata della psichedelica degli ultimi Kylesa formano un pentolone che ribolle pieno di idee. A culmine di ogni ispirazione c’è la canzone cardine di Purple, quella Chlorine & Wine che omaggia a distanza anche i Pink Floyd negli arpeggi con una dilatazione spazio-temporale figlia di visioni e ricordi infantili, per appoggiarsi su quel burrone dove cadi in picchiata verso un volo infinito, senza mai toccare terra sino a pochi secondi prima.

Le idee qui proposte sono molto valide, piene di ispirazione e riescono nell’ingrato compito di riportare fuori dall’acqua quel corpo che rischiava di affogare in preda agli spasmi di un doppio album più scomodo che altro. Ciò che non fa però risultare tutto questo meltin’ pot grandioso è la costante volontà di riciclarsi in un vortice di autoreferenzialità e di canzoni che risultano un chiaro ed inequivocabile sunto del trito e ritrito degli ultimi quindici - venti anni. Lodare ed applaudire la volontà di osare, testando progressive strade nuove, è ammirabile ma perché proporre tutte queste buonissime intenzioni su un canale monodirezionale e privo di quella potenzialità messa in mostra lungo alcuni passaggi risulta ad oggi ancora incomprensibile. L’appena citata Chlorine & Wine per esempio gioca su un minutaggio corposo per chiudersi in maniera asettica e qualunquista lasciandoci con l’amaro in bocca. The Iron Bell, la successiva, cosa porta in dote se non un sunto delle idee già messe in sacca con le tracci precedenti? Anche qui tante sfumature che si chiudono in pochissimo tempo forzando il tutto verso un breve assaggio delle potenzialità in essere. La sensazione di aver voluto immettere in poco spazio tante idee dicendo “siamo in grado ma vogliamo rimanere nel minutaggio radiofonico” è sotto gli occhi di tutti. Pare essere un album di pura transizione, verso un qualcosa di più grande o molto più piccolo per gli anni venturi; più ci si addentra nella tracklist e più le canzoni passano attraverso i padiglioni auricolari senza lasciare il segno,canzone dopo canzone, sino alle ultime, dove non si notano altro che richiami su richiami di altri richiami con richiami di altri richiami richiamando il richiamabile…etc etc etc.

I Baroness sono sì riemersi, hanno fatto un netto passo in avanti rispetto al terzo capitolo e questo è indubbio, riuscendo sfortunatamente a centrare come unico bersaglio il “posso ma non voglio”. Un buon disco che si ascolta senza impegno ma con le orecchie aperte alle varie influenze, un’attenzione che non deve mai calare ma che a conti fatti porta a qualcosa di meno intenso rispetto alle potenzialità in essere. 

 
66