Recensione: Putrefaction Emphasis

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È indubbio che, per parecchia parte delle band che suonano metal estremo, i racconti di H.P. Lovecraft rappresentino una fonte d'ispirazione praticamente inesauribile. La forza visionaria che essi scatenano non è seconda a nessuno per cui non c'è da stupirsi che, nel 2017, ci sia ancora qualcuno che citi l'abominevole città di Dunwich nel titolo delle proprie canzoni.
 
Quel qualcuno sono i nostrani Warmblood che, con l'ultimo “Putrefaction Emphasis”, raggiungono il traguardo dei quattro full-length in carriera. Un risultato più che degno, considerato che la materia di cui trattasi è il death metal, spesso relegato negli strati più profondi dell'underground.
 
E i Nostri dimostrano subito di valere lo status raggiunto, poiché elaborano un death non convenzionale, piuttosto avulso dai soliti schemi strutturali. Inutile star lì a tirar fuori generi e sottogeneri: i Warmblood cuciono death metal non convenzionale. Ricco di personalità e, anche, abbastanza originale.
 
Certo, il growling di Giancarlo Capra è quello che deve essere, sebbene a volte sconfini nell'inhale di brutalliana memoria. Così come il riffing, elaborato dalla sua chitarra e quella di Davide Mazzoletti. E, naturalmente, il drumming di Elena Carnevali, spesso valicante le folli frontiere dei blast-beats ('Unending Agony of Putrefaction'). Nonostante tale ridotta aderenza ai più ovvi e necessari dettami stilistici, il sound dei lombardi è sciolto e dinamico. Frutto evidente sia di una perfetta coesione strumentale fra i tre musicisti, sia di un'unità d'intenti a livello compositivo che, addirittura - nella traccia sopracitata - conducono a degli intarsi assai tecnici peraltro poco prevedibili a priori, dato atto del flavour putrescente del suono elaborato dal terzetto di Lodi.
 
E, a proposito, di sapori e umori, non si può evidenziare la notevole capacità dei Nostri di dar luogo ad atmosfere malsane, corrotte, horrorifiche, grazie ad inserti ambient tratti dalla cinematografia d'antan ('Return to Dunwich'). Ma non solo: uno stupendo strumentale, improvvisamente, strugge l'anima per dolcezza e delicatezza, quasi fosse istante di riflessione e abbandono prima della morte: 'Cloister of the Dead Pt. 1 (the Prophecy)'. Con 'Cloister of the Dead Pt. 2 (the Bereavement)' a rifinire il tutto con i suoi pregevoli intrecci di chitarra. Una coppia di brani che, senz'altro, dimostra l'ottimo livello complessivo raggiunto dal combo italiano, in grado tranquillamente di battagliare con altre realtà del panorama internazionale del metal oltranzista. Il terzo capitolo della saga 'Cloister of the Dead', 'Cloister of the Dead Pt. 3 (the Covenant_Sini...', mostra ancora una volta la notevole abilità tecnica che si cela dietro alla composizione dei pezzi, in questo caso dei ficcanti soli di chitarra nonché dei relativi arpeggi, trasognanti. 
 
Intensi e drammatici, infine, i toni 'Supremacy Through the Carnage', altra mazzata fra capo e collo, con degli stacchi improvvisi che, ancora una volta, danno l'idea di come la musica dei Warmblood sia tutt'altro che scontata.
 
Bravi!
 
Daniele “dani66” D’Adamo
 
 
 
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