Recensione: Putrid Stench

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Una grandinata estiva. Questa potrebbe essere la perfetta definizione di “Putrid Stench”, quarto album dei toscani Violentor che, a quattro anni dal precedente “Maniacs”, tornano ad abbattere sul loro pubblico l’impietosa ed estenuante sassaiola costituita dal loro thrash metal della vecchia scuola: un metal isterico, grezzo, agguerrito e brutale che in quattro e quattr'otto arriva, malmena e vola via. Nove tracce per mezz’ora di durata, durante la quale il terzetto lucchese si diverte a mettere a ferro e fuoco tutto con una proposta che guarda prepotentemente al passato, alle origini del movimento, quando le inflessioni punk erano un elemento primario e palese della miscela. I nostri, come sempre, mirano alla cruda sostanza e non cercano neanche per un secondo di infiorettare il loro continuo assalto, né di nasconderne le influenze principali: prendete la scena thrash tedesca (Sodom e Destruction) come ingrediente fondamentale e mescolatela con abbondanti dosi di Venom, iniettateci dentro l’hardcore più isterico e velenoso e aggiungete una spruzzata dell’attitudine strafottente dei Motörhead. Il risultato è un vortice crudo, violento, malsano, punteggiato da sporadiche citazioni (alcune cinematografiche, altre no) che non fanno che enfatizzare i temi cari ai nostri – odio, crimini sessuali, denuncia delle ipocrisie della società – con le loro atmosfere morbose e dosi più o meno disturbanti di black humor.

Naturalmente il cuore pulsante di questo lavoro è costituito dalla ferocia isterica – ma tutt’altro che cacofonica – che ne caratterizza praticamente ogni secondo, agevolata da una produzione scarna e sanguigna che calza a pennello col suono smaccatamente retrò del terzetto: la batteria dispensa raffiche incessanti, furiose, enfatizzando ulteriormente la violenza ragliante e affilata del basso e le continue frustate della chitarra, che di volta in volta si fanno muscolari, sferzanti, biliose. A completare l’opera sopraggiunge una voce acida, iraconda, abrasiva, che con la sua verve isterica e sprezzante sovrasta questo maelström di velocità furibonde e maniacali sputando veleno su tutto ciò che le capiti a tiro. A parte l’opener “The Escalation”, tutte le tracce di “Putrid Stench” si assestano su una durata media di tre minuti: l’ideale per scandire al meglio le continue scorrerie perpetrate dal terzetto il quale, nonostante una certa staticità compositiva di fondo, riesce a rendere ogni canzone leggermente diversa dalle altre, confezionando così un album compatto, dritto come una canna di fucile, estremamente omogeneo ma che, a un esame più attento, svela sfumature e specificità inizialmente insospettabili. Ecco che, dunque, accanto alle scudisciate inesorabili di “Butcher the Holy Swine” e della title-track e alla compattezza sferzante di “Burning Rage” e “Pray to Die” si trovano le atmosfere inizialmente malate e sulfuree di “Hunter of the Anorexis”, canzone scelta anche per un video, l’isteria hardcore di “Caustic Cutting”, introdotta da una citazione di “Non si sevizia un Paperino” di Fulci, o l’incedere sfacciatamente Motörhead-iano di “Scum of Society”.

In definitiva, “Putrid Stench” non devia di un millimetro dalla rotta intrapresa dal combo toscano, che continua imperterrito a dispensare quintali di rabbia e ferocia su chiunque abbia l’ardire di ascoltarlo, fregandosene bellamente del passare del tempo, della staticità stilistica, delle mode e, in buona sostanza, di tutto e tutti, voi (e me) compresi. Niente male.

 
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