Recensione: Pyaneta

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Ho scoperto i MaterDea in occasione di un piccolo festival in quel dell’ormai fu (lacrimuccia) Circolo Colony di Brescia: per l’occasione il gruppo piemontese suonava insieme a Furor Gallico, Artaius e Ulvedharr e, se non ricordo male, era nel bel mezzo del tour promozionale del gioiellino “A Rose for Egeria”; ricordo che l’allora sestetto mi colpì molto con la sua affascinante proposta fatta di corposo power sinfonico, folk delicato e carico di sentimento e soffici partiture vocali; inutile dire che appena mi si è presentata l‘occasione di dare un’ascoltata in anteprima al loro quinto lavoro, “Pyaneta”, non ci ho pensato su più di due o tre secondi, per cui eccoci qua.
Questo nuovo lavoro si pone come ulteriore tassello nel percorso del gruppo di Torino, che per certi versi torna sui suoi passi per potersi spingere in avanti, tornando al rock e ammorbidendo in alcuni passaggi la sfacciataggine del power in favore di una proposta più morbida ma comunque molto d’effetto, affascinante e carica di quella freschezza musicale che mi mette sempre di buonumore in questo periodo pre-estivo. “Pyaneta” si pone come ode alla natura e al suo rapporto con il genere umano, il più classico e universale dei temi legati alla musica folk, e lo fa, come già detto, rimescolando le carte e giocherellando con i generi musicali per arricchire l’arazzo sonoro dei nostri senza fossilizzarsi su una sola formula consolidata. Ecco quindi che echi ambient e voci registrate si fondono con delicatissimi arpeggi dal profumo fantasy e riff di tipica scuola hard rock, fiancheggiati da improvvise impennate sinfoniche cafonissime e maestose e freschi fraseggi dal profumo primaverile, il tutto sorretto da una sezione ritmica ottimamente impostata e puntuale che dona corpo ai brani senza incatenarli a una struttura troppo opprimente.
E la voce, direte voi? In effetti non ho ancora parlato della resa di Simon Papa, da sempre uno dei cardini su cui la proposta dei MaterDea si regge; ebbene, a costo di prendermi una sonora dose di insulti devo ammettere che le performance di lady Papa sono sempre state, per me, un punto un po’ dolente nell’economia del gruppo, in quanto ho sempre visto la sua come una voce, per quanto bella, troppo soffusa, poco incisiva, e anche in questo caso il sentore è stato quello di trovarsi davanti a una cantante che pur di fondere la sua voce al resto degli strumenti corresse spesso il rischio di farsi sovrastare dagli stessi. Mi rendo perfettamente conto che la mezza voce della Papa sia uno dei tratti distintivi dei MaterDea e uno degli aspetti più amati dai fans, ma non posso non notare come in alcuni punti la sua impostazione fin troppo dolce e compassata smorzi un po’, a mio modestissimo avviso, il risultato finale.

Bene, chiusa questa parentesi passiamo alle canzoni: l’opener “Back to Earth” è una canzone diretta che dopo una breve introduzione di voci registrate parte in quarta con la giusta cafonaggine, dispensando melodie bombastiche e schitarrate arcigne: le due voci, entrate in scena poco dopo, si alternano, si cercano e si fondono creando dei begli intrecci col comparto strumentale che, per parte sua, alterna sapientemente dinamismo e romanticismo nell’uso delle melodie confezionando una bella partenza, bissata dalla successiva “The Return of the King”. Qui il comparto sinfonico rimane in primo piano, ricamando sulle solide fondamenta chitarristiche e fondendosi con la voce di Simon; molto bella la sezione strumentale, in cui fanno la loro comparsa reminiscenze quasi prog rock dall’intenso retrogusto anni ‘70. Profumi esotici colorano la fiabesca “One Thousand and One Nights”, altra traccia dinamica e propositiva dotata di interessanti intrecci melodici. il profumo di Mille e una Notte torna ripetutamente durante l’ascolto, come ad esempio durante il breve intermezzo che precede il bell’assolo. Un’atmosfera più aggressiva apre la title track, inizialmente giocata su riff tesi e un comparto sinfonico sottaciuto che, però, guadagna corpo durante il ponte e il ritornello a discapito della voce, che qui perde di efficacia come spiegato poco fa; poco male, però, perché con la successiva e più folk “Neverland” i nostri si giocano l’asso. La canzone è piuttosto ritmata e molto semplice nel suo sviluppo, e mette in mostra melodie delicate e solari esplodendo poi con un bel botta e risposta tra Simon e il coro di bambini: chi mi conosce sa che non ho mai apprezzato le voci bianche nel metal, eppure qui funziona tutto molto bene grazie al perfetto equilibrio tra gli elementi coinvolti. Gran bel pezzo che, personalmente, mi riascolto almeno due o tre volte prima di passare alla traccia successiva. Con “S’Accabadora” si torna seri per parlare di una figura di un certo peso nel folklore sardo; il brano si sviluppa su velocità perlopiù contenute, caricando il ritornello con una maggiore drammaticità rispetto alle tracce precedenti e condendo il tutto con un sapiente uso dei violini. L’intermezzo narrato apre la sezione strumentale dal profumo folk che, a sua volta, prelude il climax finale, consegnandoci un’altra canzone molto convincente. Una melodia mesta introduce “The Legend of the Pale Mountains”, sfumata poi dall’organetto e dall’ingresso in scena del resto degli strumenti. La canzone, la ballata dell’album, si mantiene su tempi blandi su cui si innestano melodie delicate, punteggiate di tanto in tanto da parti più cariche di pathos e fondendosi ad esse per formare un tourbillon malinconico molto d’effetto, mentre con “Legacy of The Woods” la vena di tristezza sfuma in melodie più, passatemi il termine, speranzose, con un ritorno della positività e anche di una certa arroganza che aveva caratterizzato la prima parte dell’album. Sussurri, note inquiete di pianoforte e una risata maligna aprono “Coven of Balzaares”, canzone scandita e dominata da un’atmosfera più oscura in cui la voce di Marco prende maggiormente l’iniziativa, alternandosi a quella di Simon per confezionare un brano teso, insistente ma un po’ sottotono rispetto al resto dell’album. “Metamorphosis” riapre al ritorno dei profumi folk e delle melodie propositive e coinvolgenti, anche grazie a ritmi leggermente più sostenuti e danzanti e al ritorno delle chitarre a tessiture più briose e insolenti, ma è con “Bourrè del Diavolo” che i nostri si congedano alla grande dal loro pubblico. La traccia, introdotta da lamenti e latrati, torna al folk propriamente detto ma lo vela di minaccia, sentore aumentato dal cantato arcigno in dialetto e dall’andamento drittissimo, il tutto chiuso da un finale giustamente risolutivo: “Tutto è bene quel che finisce bene, e l’ultimo chiuda la porta!”

In conclusione, “Pyaneta” è sicuramente un ottimo ritorno sulle scene, scorrevole e molto bilanciato, nonché l’ulteriore conferma del lavoro fin qui eseguito da una band dotata di personalità, perizia tecnica e orecchio per le melodie, che di sicuro farà la felicità dei fan del gruppo e non solo.

 
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