Recensione: Queen

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Eccolo qua, l’inizio di tutto. Il punto di partenza di una carriera eccezionale, unica, che purtroppo ha visto la fine troppo presto e nel peggiori dei modi. I Queen sono stati, e continuano ad essere, fonte di ispirazione di un numero imprecisato di gruppi, se si considera poi che nella loro carriera hanno praticamente suonato quasi tutti i generi musicali, allora questo numero è destinato a diventare ancora più grande. Vengono fondati, con il nome di Smile, da Bryan May e Roger Taylor nel 1968, Freddie Mercury si aggiunse in un secondo momento, e finalmente nel 1971 dopo molte audizioni arriva anche il bassista, John Deacon. Decidono di cambiare il nome e di diventare i Queen. Il resto è storia. La storia poi diventa mito, un mito costruito sulle note della mitica Red Special di Bryan (costruita da lui e dal padre), sulla voce di Freddie, sul basso tecnico di John, sulle rullate di Roger, e sulla genialità di questi 4 ragazzi, infatti parte della strumentazione usata per anni è stata progettata e costruita da Bryan e John (vero genio dell’elettronica) Il disco in questione, che si può definire di hard rock progressivo, è splendido, bellissimo, senza cali di tono, senza episodi trascurabili. La produzione forse non è il massimo ma siamo negli anni ‘70 e i Queen sono all’esordio… la musica invece è il massimo. Trovano posto diversi generi, ed è ciò che ci si deve aspettare visto che è frutto dell’unione di menti così differenti. Bryan May rappresenta l’aspetto più duro del suono dei Queen, la parte più hard. Freddie (in quel periodo soprattutto) porta il gruppo su territori più glam e psichedelici. Roger fa capire tutto il suo amore per il blues, e nei dischi successivi (anni ’80) crea le tanto amate/odiate sonorità elettroniche. E John Deacon? il bravo ragazzo del gruppo rappresenta l’anima più romantica e a volte malinconica dei Queen, le canzoni scritte da lui non sono molte, ma si sa che nella botte piccola c’è il vino buono… Il disco è aperto da Keep Yourself Alive, canzone famosissima, scritta da Bryan May, che credo no abbia bisogno di presentazioni. C’è ancora il marchio di May sulla successiva Doing All Right, davvero molto bella e progressiva con i sui cambi di tempo e di registro: si passa dalle lente e melodiche note iniziali a brevi stacchi quasi jazz a tutta la potenza dell’hard rock più sanguigno, con un Mercury che ci incanta per tutta la durata del pezzo. Con Great King Rat Freddie Mercury scrive quella che secondo me è una delle più belle canzoni dei Queen, l’apertura è affidata alla chitarra di Bryan, la canzone poi si evolve in una cavalcata a tratti epica, soprattutto per le linee vocali di Freddie, da brividi poi il lavoro di May in fase solista per come riesce a rendere ancora più unico il suono della sua Red Special, una canzone davvero stupenda. La successiva My Fairy King è un pezzo di rock progressivo che anticipa lo stile che il gruppo assumerà negli anni avvenire, quindi grandi parti vocali, grandi cori e splendidi arrangiamenti, il tutto condito da continui cambi di tempo e di stile. Liar, come la precedente, è scritta da Freddie; è una rock song abbastanza pensate e veloce in cui chitarra e voce si intrecciano scambiandosi il ruolo di primadonna, tutto supportato una sezione ritmica veloce e potente, e come la storia insegna, caratterizzata da assoli fenomenali. May mette il suo marchio sulla successiva The Night Comes Down, canzone dal vago sapore psichedelico, molto melodica con un gran lavoro di Deacon al basso, e uno splendido ritornello. Si arriva così alla breve Modern Time Rock ‘n’ Roll, scritta e cantata da Roger Taylor (capiterà molto spesso nei successivi dischi che May e Taylor si mettano dietro al microfono), è un hard rock classico, abbastanza veloce, in cui Roger da una buona prova vocale. Si cambia decisamente registro con il capolavoro Son And Daughter, un pezzo dalle tinte oscure, in cui si sente un po’ l’influenza Page&Plant, con Freddie che dimostra tutta la sua potenza, se mai ce ne fosse stato bisogno. Siamo quasi alla fine, e Jesus è un’altra ottima canzone (che a me piace molto) in cui appaio di nuovo gli ottimi cori, quasi da musical, che in seguito faranno storia, Bryan May sale nuovamente in cattedra e ci insegna cosa vuol dire suonare con tecnica e feeling, ottimo (come in tutto il disco d’altronde) il lavoro di batteria. In chiusura troviamo Seven Sea Of Rhye, conoscitussima da tutti i fans e non solo. Ora vorrei spendere due parole su John Deacon, probabilmente il membro meno conosciuto del gruppo, ma dotato di una tecnica incredibile, davvero un gradissimo bassista, se volete farvi un favore ascoltatelo bene soprattutto in dischi come Jazz e The Game, e mi darete ragione. Non posso fare altro che consigliarvi questo splendido disco se non lo avete già, oppure se lo avete di toglierci la polvere e di farlo girare nuovamente. Anche se non lo si dice molto spesso, una buona parte del Metal che amiamo passa anche di qua, non dimentichiamolo.
 
88