Recensione: Queen II

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Queen II succede al particolare e rockeggiante debutto dell'anno precedente (1973) e riesce a catapultare nelle charts inglesi il nome della Regina del Rock che, da lassù mai più si sposterà. Forti della grande sponsorizzazione della EMI Records May & Co. arrivano al numero 5 dell'album chart e al numero 10 di quella dei singoli. Ritengo tuttavia che parlare troppo di classifica sia "volgare" in questa recensione nella quale mi trovo al cospetto del magniloquente English Style dei Queen.

Reputo questo cd, senza mezzi termini, al livello dei più osannati A Night At Opera e Sheer Heart Attack, universalmente considerati come i masterpiece per eccellenza dei britannici. In Queen II la band sperimenta un Hard Rock strepitoso lasciando che la musica si faccia da sola senza apparenti regole. La chitarra di Brian May, in questo disco, è la grande protagonista ed accompagna (tranne nei toccanti lenti) al meglio il piano suonato con delicatezza da Mercury, mentre la sezione ritmica di Taylor e Deacon detta tempi mutevoli.
Cosa dire di canzoni come l'opener Father To Son? Un lungo abbraccio forte, tra un padre ed un figlio, che si snoda tra cambi di tempo e intense sfuriate Heavy prima del dolce finale. In White Queen Mercury invece interpreta un brano tristissimo, come meglio non potrebbe, supportato a dovere dalle backing vocals e dal riffing di May che, subito dopo, si trasforma in un arpeggio delicato. Eccezionale lo spirito Rock dei Queen in Ogre Battle. Disordine apparente per un sound, pieno e possente, che si muove tra ritmi originali rimarcati dalla chitarra di Brian. Le strofe sono pura estasi per la facilità con la quale scorrono e l'Hard Rock passionale dilaga tra cori, riff e intrecci vocali. Senza pause si prosegue con The Fairy Feller's Master Stroke; una marcetta deliziosa che, sulle note del piano, prende velocità prima di fermarsi bruscamente rimarcando le melodie sensazionali che si snodano tra una selva di acuti che colpiscono mentre, nel frattempo, la song ha ricominciato a correre. Questa è musica vera che senza freni dilaga (come è giusto che sia e come raramente accade). E' così, che senza nemmeno accorgercene, ci troviamo con un magone incredibile a tentare di trattenere la tristezza divampante della grigia Nevermore, che colpisce fugacemente per lasciare spazio alla song più bella dell'LP: The March Of The Balck Queen. Pura estasi barocca ed esagerata in pieno stile regale. La chitarra di May stride ed ingaggia un duello a distanza con il pianoforte di Mercury. A godere sono le nostre orecchie che sentono melodie originali e fresche scorrere senza timori e sbavature tra riff ed accelerazioni. In un continuum Arriva Funny How Love Is, che non si stufa di cantare, e ripetere all'ossessione, la stranezza dell'amore nel refrain immediato. Il gran finale spetta alla prima Top Ten Hit dei Queen di una serie pressoché infinita: Seven Seas Of Rhye. A dire la verità la track appartiene all'omonimo debutto della band e quella presenta in questo disco è una nuova versione che non stravolge per nulla la bellezza di un brano che catalizza l'attenzione con il piano, il coro e la voce di Freddie.

Queen II è musica sublime. Tutto il resto non conta e sono solo chiacchiere inutili. Un lavoro grandioso, originale e fresco dalle forti tinte Hard Rock. Io più di consigliare a tutti questo gioiello di musica, libera da interessi commerciali, non posso proprio fare.

1. Procession
2. Father To Son
3. White Queen
4. Some Day One Day
5. The Loser In The End
6. Ogre Battle
7. The Fairy Feller's Master Stroke
8. Nevermore
9. The March Of The Black Queen
10. Funny How Love Is
11. Seven Seas Of Rhye.
 
90