Recensione: Queen of Hearts

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È un buon ritorno discografico quello dei King Company, band che deve la propria formazione per volere del batterista Mirka Rantanen, già vista all'opera nel corso del 2016 con il debutto intitolato "One for the Road".

Finlandesi e con trascorsi in gruppi di radice per lo più heavy-power, i King Company hanno messo in mostra sin dall’esordio un fiero attaccamento a sonorità decisamente meno “nordiche” di quanto preventivato, rivelando una predominante infatuazione per lo stile di Whitesnake, Deep Purple e Rainbow. Roba decisamente classica, insomma, di quella talvolta elegante e ricca di charme, che però evita, ove possibile, particolari sofismi a tutto vantaggio di un approccio molto diretto e sostanzioso.

Premesse che vengono mantenute alla lettera anche in questo secondo capitolo in uscita - come già avvenuto con il disco d’esordio - per Frontiers Music, label sempre attenta nel dare giusto risalto a giovani realtà dal buon potenziale.
Non c’è più l'ex Thunderstone e Revolution Renaissance, Pasi Rantanen, al microfono, sostituito dall’italo-argentino Leonardo F. Guillan per via di fastidiosi problemi alle corde vocali occorsi nel 2017: un degno rimpiazzo reperito direttamente tramite Youtube – potere delle nuove tecnologie – che non fa rimpiangere l’illustre predecessore.
Il taglio di “Queen of Hearts” è un florilegio di tematiche sonore classicheggianti, cui vengono tuttavia addizionati arrangiamenti contemporanei e modernizzati: fatte le dovute "proporzioni" un po' come ascoltare dei Whitesnake o dei Rainbow iper-vitaminici, con una produzione muscolosa e qualche accorgimento più spigoloso. Nulla di nuovo, eppure a tratti un bel sentire.

Un disco che sa di conferma e non sposta di un millimetro le impressioni maturate un paio di anni fa: non c’è una grossa inventiva alla base della stesura dei brani riportati in scaletta, mentre è parecchio facile reperire parecchie doti d’energia e vivacità. La confezione fatta di suoni ben costruiti con qualche accorgimento tastieristico di sottofondo, definisce i contorni di un album che ha nella formula grinta – melodia - buoni arrangiamenti, i punti di forza essenziali mediante i quali rendersi convincente e godibile.
Costruito come da manuale sull’alternanza di canzoni veloci e “mid tempo” (non mancano comunque, come per ogni rock album che si rispetti, i pezzi più cadenzati come le melodicissime “Stars”, “Never Say Goodbye” e "Living the Dream"), “Queen of Hearts” si manifesta dunque come un ascolto godibile e privo di particolari controindicazioni.
I pezzi si equivalgono tra loro, mantenendo un livello qualitativo piuttosto omogeneo: spicca senza dubbio la verve arrembante di Antti Wirman, chitarrista che, probabilmente, annovera John Sykes tra i propri ispiratori principali.

Release come quella dei King Company sono sempre un dilemma per il recensore di turno: nulla che possa ergersi a disco dell’anno, eppure prodotti invero molto buoni, forse poco originali, ma comunque dotati di valori fondanti ineccepibili cui non si può fare a meno di tributare un plauso sincero. 
Ma sui quali, tutto sommato, non c’è moltissimo da riferire: il genere è quello, la qualità è palpabile, le canzoni - a patto di amarne i connotati - sono di buona fattura.

Non resta quindi altro da fare che dare un ascolto e valutare da se: indubbio, che a molti anche questo “Queen of Hearts” piacerà...

 

 
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