Recensione: Ra Me Nivar

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Prendete una lunga striscia di carta rettangolare. Imprimetele una torsione di 180°, dopodiché incollatene le estremità. Otterrete una figura geometrica dotata di un unico lato continuo, nella quale è impossibile distinguere esterno ed interno. I matematici la chiamano Nastro di Möbius.

Ambivalenza, continuità, disorientamento: il quattro pezzi salernitano ha scelto bene il nome per il proprio progetto. Ra Me Nivar introduce un percorso musicale sinuoso, cangiante, che si rivolge su se stesso in modo imprevisto per avvolgere e catturare colui che dall’antifona credesse di aver già capito il gioco.

Del brano di apertura colpiscono la vivacità, l’intelligenza, la confidenza con la quale i ragazzi di Sapri maneggiano gli strumenti del progressive settantiano. Ci sono i King Crimson, sì: ma spensierati. Ci sono gli Yes, certo: ma terrigni. C’è soprattutto l’amore per la lunga tradizione italiana. Banco, PFM, Osanna, Biglietto per l’Inferno, squarci di fusion made-in-Area. La band mostra di saper giostrare fra stili e approcci stranieri. Qua un intreccio ipnotico di arabeschi (‘Scorci di vita sul nastro di Möbius’), là un repentino sguazzare su note più frivole (scorci, stavolta, de ‘L’equilibrista’). Nondimeno, il passare dei minuti fortifica la sensazione che sia la melodia, più che la ricerca, a guidare la mano dei musicisti.

Consapevole della ricchezza del proprio arsenale, il Möbius Project non pare per il momento intenzionato a scegliere un’arma preferita. Se il cantato evidenzia qualche (endemico?) limite di pronuncia nell’inglese, la porzione italiana dei testi esalta l’autorevolezza, il controllo, soprattutto il calore della voce solista, corroborata da un uso accorto delle armonie corali. Le sei corde e i tasti d’avorio si passano volentieri la staffetta, mentre la sezione ritmica può giovarsi di una batteria a tratti quasi jazz e di un basso frenetico, scoppiettante, anche in virtù di un missaggio che enfatizza la sinergia sopra l’individualità. La qualità dei suoni purtroppo non sembra avere ricevuto la medesima cura: soprattutto durante i soli di tastiera capita di patire qualche fruscio di troppo.

Dopo il forte impatto della title-track, che denota un potere di sintesi non comune, i minuti restanti perdono qualcosa in termini di incisività e dinamismo: ne giova la varietà dei suoni. Del resto, l’appasionato di prog tricolare sa quanto di rado capiti di incontrare autoproduzioni così ben riuscite. La scorrevolezza delle composizioni, insieme al gusto eclettico per la melodia, impongono di tenere d’occhio le prossime evoluzioni del progetto Möbius...

Nicola Furlan

 
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