Recensione: Rage

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I Wrath sono un gruppo storico, nato negli Stati Uniti nel lontano 1982. Fecero parte, quindi, della cosiddetta prima ondata: quella dei Metallica, degli Slayer, degli Anthrax e dei Megadeth. Non riuscirono però a percorrere la loro stessa strada ed arrivarono a pubblicare il loro primo album, dal titolo ‘Fit of Anger’ solo nel 1986.

Seguì, l’anno dopo, il buon ‘Nothing to Fear’ mentre fecero aspettare quattro anni per il terzo album ‘Insane Society’, pubblicato nel 1990, dopo aver sostituito il vocalist Gary Golwitzer con Kurt Grayson.

Poi, per ventiquattro anni, ci fu il silenzio discografico, a parte un demo, un EP ed un cofanetto nel 2013, dal titolo ‘Mutants’, comprendente i primi due album e la registrazione in DVD di un concerto: la base per il ritorno.

Questo avvenne nel 2014 con l’incisione di ‘Stark Raving Mad’, album che vide una formazione radicalmente rimaneggiata.

Ancora quattro anni ed il quintetto ci riprovò, richiamando l’originale vocalist ed affidandosi alla roboante Combat Records, storica etichetta rilanciata di recente dal bassista dei Megadeth David Ellefson, nonché a Bill Metoyer per la produzione.

Il risultato è ‘Rage’, album disponibile dal 5 ottobre 2018, che comprende dieci tracce, alcune delle quali scritte addirittura nel 1989. L’approccio al Thrash del combo è ben diverso da quello delle origini, che tralascia la velocità per ritmi più cadenzati e sincopati che, oltre a sfoderare rabbia e potenza, creano sensi cupi di angoscia.

La capacità tecnica dei cinque artisti è valida, con ottimi assoli, sezioni ritmiche pulsanti ed un cantato che entra bene nella parte, con un netto miglioramento dell’uso della voce rispetto al 1986, ed è questo che salva il disco. Si, perché, se da una parte troviamo una certa originalità ed un voler distaccarsi sia dal Thrash Vecchia Scuola che da quello più moderno, dall’altra ci sono pezzi troppo simili tra loro, che portano ad un certo tedio.

L’esperienza si sente e le buone idee ci sono, ma paiono poco sfruttate, con accelerazioni, rallentamenti od altri cambi di tempo all’interno di molti pezzi che non fanno mai ‘sobbalzare’ e che, alla fine, lasciano un po’ così …   

I pezzi che si distinguono maggiormente sono l’iniziale ‘Conflict’, strafottente, incisiva e con dei buoni chorus e la penultima ‘Mother's Hell’, marziale, pestata e veloce più del consueto.

Per il resto del disco gli sprazzi positivi ci sono come, in generale, gli assoli già citati, di buona tessitura e carichi d’enfasi, o in particolare, il basso dinamico iniziale e l’interludio potente di ‘Draw Blood’, i cambi di marcia di ‘My Rage’ e la cavalcata ritmica di ‘Unholy Alliance’ e non manca, in chiusura, una buona cover di ‘Ace of Spades’, suonata in onore di Lemmy con la preziosa collaborazione di Jeff Duncan degli Armored Saint.

Un po’ poco per far uscire ‘Rage’ dal mare degli album mediocri. Peccato … Vista la qualità della band speriamo nel futuro. Per ora diamo la sufficienza, raggiunta per come è stato suonato e per come è stato prodotto.                                         

 
60