Recensione: Ragnarok

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Matera è una delle più belle città del mondo: offre scorci di una bellezza incredibile, un’ottima cucina, grande ospitalità e merita di essere vista almeno una volta nella vita. In tutto questo ben di dio si colloca il buon Drakhen che, col suo progetto Bloodshed Walhalla, raggiunge il traguardo del quarto album. Nonostante la storia millenaria e gli innumerevoli spunti che la storia della Basilicata sarebbe in grado di offrire, il disco tratta di un tema nuovo, per niente inflazionato e di cui pochissimi hanno sentito parlare: il Ragnarok. Nel momento in cui ci si appresta dalla frustrazione a cercare su Google concept svedesi sui Trulli di Alberobello imprecando in runico tanto per bilanciare l’esterofilia tutta italiota spesso tramutata in farsa, l’opera del buon Drakhen, che comunque la sua città l’ha omaggiata con l’Ep Mather, si rivela come un prodotto di rara bellezza.

Il disco è composto da quattro brani dalla durata complessiva di oltre un’ora e, se in apparenza potrebbe risultare ostico, si rivela invece molto presto come un ascolto più che piacevole e che difficilmente arriverà a stufare ogni appassionato del genere. Drakhen conosce molto bene il viking e riesce a padroneggiarlo in ogni sua sfumatura; ulteriore nota di merito è il fatto che nel disco abbia suonato e composto praticamente tutto lui e la scelta paga. Qui si va dai Bathory ai Moonsorrow, passando per i Turisas, Falkenbach e pescando a piene mani un po’ da tutta la scena; lo stesso Quorthon sarebbe probabilmente stato contentissimo nell’ascoltare un’opera del genere, che è senza ombra di dubbio in grado di competere con ogni altra uscita internazionale molto più altisonante e blasonata.

E’ veramente difficile estrapolare momenti più o meno salienti in Ragnarok: è un disco ricco, corale e che molto spesso tocca vette di epicità in grado di portare l’ascoltatore in un’altra dimensione e perfettamente al centro della famosa battaglia tra luce e tenebre. Ragnarok è prodotto piuttosto bene e offre un’ottima resa sonora, nulla è stato lasciato al caso e l’impressionate mole delle orchestrazioni è gestita in maniera piuttosto funzionale. Risulta sacrificato il basso e piuttosto difficile da percepire, mentre le chitarre, nonostante la loro semplicità nelle progressioni di accordi, nono sono mai invadenti e rimangono sempre in totale servizio dei brani. L’unica cosa di cui si sente la mancanza è di una forte voce in clean in grado di rafforzare quella di Drakhen, che in questi frangenti perde un po’ e come timbrica non risulta sempre adatta alla situazione. Discorso opposto invece per le parti black, in cui è invece perfettamente a fuoco e il suo timbro particolare offre un valore aggiunto andandosi a imprimere nella mente dell’ascoltatore dopo pochissimi passaggi. Non è facile concepire un disco come Ragnarok e musicalmente da gestire è difficilissimo in quanto certi minutaggi possono essere la peggiore delle armi a doppio taglio; Drakhen invece riesce in tutto e per tutto il disco assistiamo a un vero e proprio stato di grazia artistico in cui ci si permette con successo di aggiungere qualcosa di personale alla storia arricchendola ma senza stravolgere nulla. Il tedio non fa mai capolino nemmeno durante la mezz’ora di For My God e non resta che complimentarci augurando a un progetto come questo di uscire dalla nicchia per imporsi su scala internazionale, le carte in regola ci sono proprio tutte e sarebbe anche parecchio interessante il portare questi brani su un palco.

Ragnarok si colloca quindi come uno dei dischi imprescindibili in ambito viking del 2018, e potrebbe anche essere il miglior disco viking del 2018 senza paura di far torto a qualcuno. Certe volte noi italiani, che siamo un popolo strano e assurdo, riusciamo a scrivere e ideare opere grandiose basate su folklore e storie che proprio non ci appartengono; provate un secondo a fermarvi e pensare cosa potremmo fare con ciò che abbiamo fra le nostre mura. Per adesso teniamoci Odino e Loki, ma solo perché ciò che c’è dietro è praticamente inattaccabile. Gran disco.

 
80