Recensione: Rainier Fog

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Il monte Rainier a Seattle si erge imperioso su tutta la città dello stato di Washington, creando un senso di ineluttabile solitudine e drammaticità che ha da sempre influenzato le band grunge dei primi anni Novanta. Anche se gli Alice in Chains sono una band metal o almeno la più metal di quella scena tormentata.

"Rainier Fog" è il terzo sigillo della band capitanata dall’estro della sei corde e del mai troppo lodato Jerry Cantrell, da quando una decina di anni fa ha deciso di rimettere insieme quella che era stata una band fondamentale negli anni Novanta. Carriera che però era stata minata dall’abuso di droghe pesanti, che ha condotto il carismatico vocalist Layne Staley a una lenta discesa verso gli inferi ed eventualmente alla sua prematura morte nel 2002 (stesso tragico destino del bassista Mike Starr). Questo album è la chiusura di un cerchio, con il ritorno della band negli studi delle sorelle Wilson delle Heart, studio che aveva dato la luce al nero come la pece e scurissimo omonimo album del 1995. Quando ho ascoltato il primo singolo "The One You Know" sono rimasto spiazzato da quello che mi sembrava, nel suo incedere storto, qualcosa di simile ai Voivod, piuttosto che al sound tipico delle bagnate terre di Seattle. "Rainier Fog" è un album che cresce sulla distanza e che mostra ancora una volta l’enorme potenziale di fuoco che dispone la band capitanata da Jerry Cantrell. Già dalla seconda e più rotonda title track si viene risucchiati in un gorgo nero dove le melodie vocali malate e acide del duo DuVall/Cantrell la fanno da padrone, riportandoci ai tempi di "Dam That River".

La gemma dell’album e’ sicuramente "Red Giant", con quell’incedere tossico e acido che ha reso gli Alice In Chains la band di punta di Seattle e, per quanto mi riguarda, degli ultimi trent’anni. Un brano che sarebbe piaciuto molto al buon Layne che, dall’ultimo girone dell’inferno, possiamo vedere abbozzare un sorriso mefistofelico di approvazione verso i suoi ex compagni di avventura. Certo, se devo dirla tutta, del periodo post-reunion il mio album preferito rimane sempre "Black Gives Way To Blue", un lampo di luce inaspettato nel mezzo della notte. Infatti in "Rainier Fog" manca un singolo trascinante come poteva essere "Check My Brain", ma la qualità compositiva è comunque alta, specialmente quando la band diventa più riflessiva come nella coinvolgente ballad "Fly" o nel riff ipnotico, che profuma di zolfo e Sabba Nero, della seguente "Drone", dove Jerry dimostra ancora una volta chi è il degno e forse unico erede al trono di Tony Iommi.

Forse negli ultimi brani del disco si avverte una certa professionalità di fondo (nulla di grave, sia chiaro che la media è comunque alta), eccetto per la bellissima e allucinata "So Far Under", un vero pugno nello stomaco dell’ascoltatore. Gli Alice in Chains non devono dimostrare più nulla a nessuno, hanno scritto pagine importantissime dell’hard rock moderno e "Rainier Fog" è la conferma che il gruppo, nonostante abbia abbandonato l’uso di sostanze stupefacenti da anni e non viva più a Seattle, ma nell’assolata Los Angeles, ha classe sopraffina da vendere e che soprattutto ha ancora molto da dire e da insegnare a tutti noi.

"Rainier Fog" non è un capolavoro, ma sicuramente un disco solido che ci fa ringraziare il Dio del metal di averci regalato un chitarrista della classe cristallina di Jerry Cantrell.

 

 
80