Recensione: Raintimes

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Due nomi: un musicista ed una band.

Il nome è quello di Pierpaolo Monti – “Zorro“ per gli amici – artista divenuto negli ultimi anni quasi una sorta di sigillo di garanzia per tutto ciò che riguarda la qualità in ambiti AOR e melodic rock a livello internazionale. Un musicista di cui andare egoisticamente e patriotticamente fieri: a lui si devono, giusto per rovistare a memoria nel valigione dei ricordi, progetti lunari come Charming Grace e Shining Line, roba da far saltare il banco in qualsiasi playlist di settore dell’ultimo decennio.

La band invece, è quella dei The Storm. Per qualsiasi raffinato cultore del genere, un moniker che rappresenta ancor oggi uno dei termini di paragone assoluti cui far riferimento nella ricerca di qualcosa di vicino alla perfezione in ambiti AOR. Un gruppo - o meglio, un side project costruito da artisti stellari - che, nell’arco di soli due album (il primo, omonimo, ed il secondo, spettacolare, “Eye of the Storm”) ha saputo raggiungere l’apice del tipico melodic rock di stampo US, mettendosi alla pari di autentiche divinità mitizzate quali Giant, Strangeways, Journey e Survivor.

Due nomi che, grazie alla solita, impareggiabile, Frontiers Music, vanno a legarsi assieme in un  nuovissimo progetto dal titolo evocativo e stranamente “piovoso”: Raintimes.
Per farla breve ed entrare nel merito, quello che nasce splendidamente in questo finale di 2017 è una sorta di omaggio voluto dal mastermind Pierpaolo Monti – insieme all’alter ego Davide Barbieri – proprio ai The Storm, band che ha rappresentato un punto saliente nel pennelleggiare i gusti dei due attori principali, (proprio come il sottoscritto), da sempre follemente innamorati dell’esigua produzione del gruppo americano.

Belle intenzioni, buoni propositi, ottime referenze.
I risultati?
Beh, verrebbe da dire che se c’è il marchio di “Zorro”, possiamo andare alla cieca e fidarci senza particolari dubbi.
E così è, anche questa volta.
Come accaduto per Shining Line e Charming Grace gli esiti sono al di sopra di qualsiasi media, tali da svolazzare quasi simultaneamente dalle parti del disco AOR dell’anno. 

Aiutati dall’ottimo Michael Shotton, ex singer dei notevoli Von Groove (grande idea quella di arruolarlo!), dalla coppia di chitarre Sven Larsson (ex Street Talk) ed Iván González (91 Suite), insieme all’eccellente session Andrea Gipponi al basso, Monti e Barbieri allestiscono la consueta parata di melodie sopraffine, prendendo in prestito per rimodellarle non solo le tipiche atmosfere appartenute ai The Storm, ma pure tanto di quanto espresso in tempi recenti da Work of Art e Lionville, in un complesso di brani de-luxe dai contorni imperdibili per chiunque sia addentro al genere.
Quel che colpisce in modo significativo, al punto da accentuare l’efficacia di un prodotto già di per se votato al raggiungimento di vette superiori è, ad ogni modo, la cura dei particolari, la ricercatezza delle sfumature e la definizione dei dettagli, elementi che – storicamente – si sono resi protagonisti delle uscite migliori edite nel corso della grande epopea del rock adulto ottantiano.
Una ricerca che evidenzia come lo spirito di fondo voglia mantenersi quanto più possibile affine a quello della cosiddetta “golden age”, riverberandone le atmosfere e le sensazioni nel modo più autentico.
Un approccio che risulta in tal modo nostalgico ma non indigesto, ingessato o poco credibile, lasciando ampio spazio al fascino di canzoni accattivanti ed orecchiabili che riescono a non sapere mai di “vecchio” o stantio.

Magia di un songwriting ormai collaudato da anni che sa come lavorare con cognizione di causa, inanellando ottimi riff, cori e ritornelli mandati a “memoria” senza timore di sbagliare. 
Oltre che di una voce priva di incertezze e di una selezione di musicisti solida ed affidabile. 
“Make my Day”, “Don’t Ever Give Up”, “Just a Little Bit More” e “Missing Piece” sono lì a dimostrarlo: una miscela di armonie ed hookline da manuale che – coniugate ad una produzione di gran livello e a suoni impeccabili – mandano in archivio una delle soddisfazioni, nel complesso, migliori ottenute quest’anno.

La lista di ospiti importanti (Del Vecchio, Flores e Luppi su tutti), certifica la riuscita di un progetto che va a proseguire la scia dei grandi successi messi in scena da Pierpaolo Monti.
Chi ha amato Shining Line e Charming Grace, non potrà, insomma, esimersi dall’aggiungere anche questa nuova perla alla propria collezione.

The Storm, Von Groove, Giant, Work of Art… nomi fantastici ed ispirazioni magiche che si rincorrono a cavallo di ricordi indelebili fatti di grande musica.
Del resto, come dicevamo poc’anzi: “se c’è il marchio di Zorro” possiamo tranquillamente fidarci.

 

 
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