Recensione: Reality Dysfuntion

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I Linear Sphere interpretano pienamente quello che dovrebbe essere il senso vero del genere "progressive", non quello classico, o se preferite "settantiano", del termine, bensì quello originale di sperimentazione e ricerca senza fine.
Infatti questa aspirazione in realtà animava allora i pionieri del genere: il voler trascendere gli schemi classici e conservatori. Questa volontà ha poi purtroppo generato dei canoni che hanno finito per contraddistinguere il genere facendolo ritornare all'interno di regole pre-definite che cercava, per sua natura, di sfuggire. Dico purtroppo perché ad un certo punto questi canoni sono pure divenuti stereotipi. Dunque bastava allungare la durata dei brani, complicarli ritmicamente, suonare degli inserti strumentali, etc., per essere considerati "prog": quindi il mezzo del progster del passato era divenuto il fine di quello attuale, quando in realtà, come già detto, la ricerca doveva essere continua, senza un fine o una fine, se mi passate il gioco di parole.

Ancora una volta la forma, quanto mai idolatrata nei nostri tempi, aveva la meglio sulla bistrattata sostanza. Ecco perché sono molto critico con i gruppi che oggi affermano - o forse lo fanno i fan in loro vece - di suonare "prog". In realtà non lo fanno perché hanno perduto il movente iniziale, si limitano semplicemente a scimmiottare il progressive.

L'etichetta che maggiormente nella musica rock moderna avrebbe dovuto garantire la libera espressione del musicista veniva svuotata così della sua essenza.
E non era nemmeno questo l' unico misfatto. L' altro, di uguale gravità, era la svalutazione della tecnica strumentale. Infatti qualche critico benpensante deve aver avvertito la pochezza di idee compositive in questa nuova generazione di prog-scimmie, ma invece di attribuirla al tradimento degli antichi ideali ed aspirazioni, la riteneva figlia dello sfoggio di virtuosismo strumentale in cui eccellevano questi nuovi venuti; come se originalità e tecnica fossero qualità inversamente proporzionali. Ma forse questi benpensanti si sbagliavano ed il problema andava cercato altrove, andava cercato appunto nel non voler progredire, nel voler seguire la via sicura tracciata da altri quando il motto del vero progressista sarebbe dovuto essere: "Marcio da solo perché passi d'altrui uomo non seguo".
Ma ormai il danno era fatto, la tecnica strumentale cominciò ad essere ostracizzata e la sua identità con il progressive fu vista come una specie d'errore. Ebbene finalmente questo "Reality Dysfunction" rivaluta entrambi: il vecchio concetto di "prog", come ricerca e sperimentazione, e l'abilità esecutiva sopraffina che lo fonda. Non ho paura in tal senso di affermare che questo disco è rivoluzionario. Detto ciò risulta comprensibile come catalogare la musica suonata dai Linear Sphere non sia per nulla facile, perchè la band semplicemente sfugge da qualsiasi etichetta. Questa musica non ricorda per nulla quella degli Yes, o dei Rush, o ancora dei Dream Theater: suonano piuttosto una specie di jazz-rock tendente al metal, a volte death - tipo Cynic - a volte thrash - tipo Watchtower - a volte più propriamente prog secondo il senso comune.
Nella band ci sono due chitarristi, Martin Goulding e Charlie Griffiths. Escono entrambi dal G.I.T. di Londra dove normalmente si guadagnano da vivere insegnando l'arte del loro strumento.
In tutti i pezzi dell'album si scambiano equamente le parti solistiche e quelle ritmiche. Goulding è molto più vicino ai discepoli del legato di Allan Holdsworth ma utilizza frequentemente tecniche innovative come quella del double-hands tapping che lo fa assomigliare a tratti a T.J. Helmerich o a Jennifer Batten.
Griffiths invece, pur non disdegnando il legato, plettra molte più note del suo compagno e rimanda perciò all' ultimo Tony Macalpine fusionista. Entrambi comunque risultano estremamente originali.
Dalle influenze citate capirete bene che lo scheletro della band britannica è nel midollo tipicamente fusion pur se rivestito da una fulgida corazza metallica. Lo stesso dicasi per l' incredibile sezione ritmica. Il batterista Nick Lowczowski a tratti suona in maniera strettamente jazz, per i pattern ritmici e la cura delle dinamiche, eppure a volte fa un uso spregiudicato della doppia cassa/doppio pedale che si ritrova solo nei gruppi metal più estremi. Ed in questi voli pindarici, tra stili così distanti, il suo alter-ego, il bassista Dave Marks, lo segue con inumana disinvoltura.
Insomma questo ricettacolo di musicisti-fenomeni ci fa comprendere, se ancora ce ne fosse bisogno, che la musica si studia e si compone in quanto tale, non certo per genere. Almeno questo dovrebbe valere come regola generale.
Il cantante Jos Geron è ancora più particolare, un atipico tra gli atipici. Dimenticate linee vocali regolari; gli accenti sono quanto mai disordinati. Dimenticate il cantato pulito e cristallino; la sua voce è modulata nei modi più estremi, dal growl al falsetto, spesso filtrata ed effettata. Insomma se la proposta musicale dei Linear Sphere è eccentrica, il versante lirico rappresenta la summa di questa proposta e tende, anche oltre i limiti dell'eccentrico, a sfiorare la soglia dello psicotico. La teatralità del cantante è infatti tale da richiamare i manierismi e le stereotipie espressive di un linguaggio che non segue i principi di organizzazione della razionalità per come noi la conosciamo.
Questo ostacolerà non poco la comprensione del disco: la comunicazione di "Reality Dysfunction" sembra avvenire ad un livello diverso da quello a cui solitamente siamo abituati, quindi in qualche modo dovremo essere noi ad adeguarci all'oggetto di conoscenza.

L'album richiede veramente uno sforzo intellettuale, richiede lacrime e sangue che dovrete versare nell'ascolto ripetuto di questo disco. Ma lui sicuramente saprà come ricompensarvi.
Sicuro che lo farà. Ed allora il sacrifico non sarà stato vano.

Alessandro "ShredderManiac" Martorelli

Tracklist:

  1. Reversal
  2. Father Pyramid
  3. Ceremony Master
  4. Division Man
  5. Life Of Gear
  6. Marketing
  7. From Space To Time (a: Evolution; b: Bodes; c: Separation; d: Eden)
 
90