Recensione: Reborn

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Allora, ci sono un templare, un guerriero vichingo, uno spartiata e un tribuno romano… come? No, fatemi finire: non sto raccontando una barzelletta, sto solo facendo l’appello dei personaggi che compongono la curiosa compagine dei WarKings, appena uscita con il suo sboronissimo debutto “Reborn”. In effetti già la copertina, che più machista e manovale non si potrebbe immaginare, mi avrebbe dovuto far drizzare le antenne sussurrandomi frasi di avvertimento nell’orecchio, ma dato che io in ogni cosa ci devo sbattere il muso ecco che, incurante del pericolo, mi sono buttato senza pensieri nell’ascolto dell’album in questione.
Ma cosa si cela in realtà dietro questo misterioso – in fondo tutti i membri della band sono a volto coperto, chi in un modo, chi nell’altro – gruppo? Niente più che un power metal coattissimo, melodico e molto diretto ma al tempo stesso piuttosto piatto e incolore che sembra fatto apposta per accalappiare gli ascoltatori più giovani con un’immagine ai limiti del cartoonesco e sopra le righe, riff pompatissimi e arroganti, un andamento adrenalinico e melodie ampollose ma che, a un ascolto neanche troppo attento, si rivela come la classica minestra riscaldata; il tutto viene condito da testi bellicosamente legati a doppio filo all’immaginario codificato da tempo dagli impellicciati barbari newyorkesi senza condividerne, però, anche la stessa carica sanguigna. Così, tra un cliché e l’altro, tra una citazione cinematografica e un inno alla guerra, alla distruzione dei nemici, al dio greco del fuoco eccetera eccetera, i nostri ci accompagnano nei quaranta minuti abbondanti che costituiscono questo “Reborn” attraverso nove tracce (più una ballad in tedesco come bonus track) arrembanti e ben eseguite, cariche e propositive e in cui ogni singolo elemento è al posto giusto che, però, nonostante un tasso di trionfalismo piuttosto spinto e un’attitudine da duri e puri caciarona e accattivante, non sopravvivono granché nella memoria dell’ascoltatore una volta finito l’album, anche per via di una certa monotonia di fondo che le rende un po’ tutte uguali.
Come già accennato, il nostro misterioso quartetto si dedica ad un power metal apparentemente possente e diretto che guarda all’area tedesca come bacino d’utenza principale per via delle melodie possenti e dei riff quadrati che ne costituiscono l’ossatura. Al di là delle capacità esecutive più che discrete dei membri del gruppo, assolutamente funzionali allo scopo che i nostri si prefiggono, sono proprio le canzoni ad essere un po’ così: fin troppo canoniche nel loro fare programmaticamente il verso, a volte in modo veramente spudorato, ai vari Powerwolf, Hammerfall e Sabaton, e prive di quel guizzo di follia, rabbia o classe che potrebbe salvare l’album dal dimenticatoio a cui sembra destinato dopo una settimana di ascolto o giù di lì. Tutte le canzoni che compongono “Reborn” sono, almeno sulla carta, inappuntabili: sono dirette, con le melodie giuste, i cori e gli assoli giusti piazzati al momento giusto, la produzione giusta e così via, eppure proprio il loro voler essere giuste a tutti i costi le rende così impersonali. Mi rendo conto che, trattandosi di un debutto, per di più in ambito power metal (sottogenere in cui già da un po’ di tempo si sta raschiando il fondo del barile quanto a originalità), sarebbe ingeneroso criticare questo “Reborn” solo sulla base della carenza di personalità, e pertanto mi sentirei portato a guardare con occhio meno severo il lavoro dei WarKings che, in fin dei conti, si lascia ascoltare e garantisce una mezz’oretta abbondante di musica sborona e senza impegno. È altrettanto vero, però, che non posso neanche fare a meno di pensare che, dietro i riff graffianti ma alla lunga noiosetti, agli assoli ben eseguiti ma che sanno sempre di già sentito, alla sezione ritmica di per sé impeccabile ma fin troppo monotona e alla voce limpida ma che, per quanto bella, dopo i primi ascolti non trasmette grandi emozioni, l’odore che percepisco intorno a questo “Reborn” sia quello di un lavoro studiato a tavolino per far presa fin da subito grazie a una facciata accattivante a cui, però, segue un approccio musicale ruffiano e che tanto sa di musica usa e getta, espressione un po’ estrema ma che a mio avviso calza abbastanza bene col caso in questione. Tirando le somme, “Reborn” può essere visto come un album divertente, utile come colonna sonora per darsi la carica durante le partite a qualche videogioco a tema fantasy o come sottofondo per una serata con gli amici, ma nulla di più. Alla fin fine neanche il suo essere così derivativo sarebbe di per sé un male, se almeno il gruppo cercasse, di tanto in tanto, di lasciar trapelare qualcosa del proprio; ciò purtroppo non accade e questo rende difficile a “Reborn” il compito di differenziarsi dai gruppi da cui attinge a piene mani e di cui risulta, a conti fatti, una copia sbiadita, per quanto ben fatta.

 
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