Recensione: Reborn

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Il rigoglioso sottobosco metal tricolore, dall'Hard/AOR fino Death/Metalcore passando per tutte le sue sfumature di nero, non smette mai di stupire e quando ci si imbatte in una band come gli In Autumn tale convinzione non può venire che rafforzata.
 
La band vicentina, composta da Alessandro Barci alla voce, Cristian Barocco e Paolo Marasca alle chitarre, Diego Polato al basso e Marco Liotto alla batteria, propone un ibrido di gothic, doom e death metal melodico fortemente debitore dell'heavy più classico quanto permeato di evidenti influenze progressive in grado di condurre i pezzi su coordinate tutt'altro che scontate. Atmosfere oscure, riffing serrato di discendenza heavy (alternato a enfatici rallentamenti) e un vocalismo dimesso eppur espressivo rappresentano, quindi, i tratti maggiormente distintivi di un sound personale e decisamente godibile nel quale i vicentini mescolano con gusto e proprietà una gran varietà di ingredienti pur senza nasconderne le origini.
 
Dall'heavy/doom dell'opener “Mind And Beast” con il gran finale a ritmo di valzer, fino al gothic/heavy della conclusiva “Circles In The Water”, gli artisti che con ogni probabilità balzeranno alla mente durante l'ascolto rispondono agli illustri nomi di Opeth, My Dying Bride, Katatonia e Sentenced. Non vi è tuttavia modo di sbagliarsi in merito all'ispirazione e alla genuinità della proposta degli In Autumn, come d'altronde testimoniano le ottime “Draw On The Mirror” e “Silent Watchers” (più orientate al prog/melodic death) o la riuscitissima title track, annunciata in maniera azzeccata da un intermezzo ambient/strumentale: tutti quanti nobili esempi di musica di livello strumentale e compositivo decisamente elevato.
 
A ulteriore riprova della molteplicità delle radici sonore degli In Autumn vale la pena citare a parte la cover della mitica “Uno Sguardo Verso Il Cielo”, brano cardine della produzione de Le Orme certamente simbolico in relazione all'influenza della scena prog rock italiana degli anni '70 sulla musica dei venite e qui rivitalizzato da una veste più moderna oltre che da un'emozionante performance vocale.
 
Poco altro da aggiungere, se non forse un piccolo appunto proprio in merito alla particolare ugola del Barci, espressiva (come detto) per quanto occorra “farci un po' l'orecchio; per il resto l'ennesima piccola gemma da parte di un underground che pare non voler smettere di riservare gradite sorprese.

Stefano Burini

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