Recensione: Reclaim The Darkness

inserito da

Nordico che più nordico non si può. E’ così che suona Reclaim The Darkness, debutto degli australiani King sotto l’egida delle sempre attenta Indie Recordings. Il terzetto australiano, un combo giovane ma formato da veterani con trascorsi in Psycroptic, The Amenta, Pestilence, Blood Duster, Became Nothing e via dicendo, offre alla storia un album discreto e tutto sommato piacevole. Il genere è un black melodico con forti tinte epiche che si affaccia in sordina in un mercato francamente ormai saturo e quasi stagnante.

 

L’album spara le sue buone cartucce praticamente subito col trittico iniziale che appare ottimo e ispirato: Cold Winds è un buon brano che dosa la giusta atmosfera e sfodera un discreto feeling con la proposta della band che fa dello scarno il suo punto di forza lasciando ad altri ogni orpello inutile. La proposta dei King è classica che più classica non si può, ben suonata e arrangiata ma fatica a decollare fino in fondo non a causa della musica in se ma del suo pesante inflazionamento. Sono moltissimi i richiami agli Amon Amarth specialmente in fase di riffig, che contribuiscono a rendere il tutto fin troppo “normale”. La titletrack è sicuramente il brano migliore dell’album, con un riff portante in grado di solcare i mari da solo, potente, evocativo, arioso e tutto ciò che si vuole. La prestazione di Tony al microfono tira sempre fuori dal cilindro la linea vocale più adatta alla situazione, specialmente nella seguente All In Black, che accelera e ci sbatte in faccia palate di gelida Svezia con una canzone piacevolissima e dal ponte maestoso.

 

My Destination The Stars, brano più lungo dell’album coi suoi quasi sette minuti di durata, scorre in maniera piuttosto indolore; è con la seguente Night Sky Abyss che le sorti si risollevano in favore di un brano più trascinante e dal giusto pathos nelle aperture di doppia cassa. Winter Sons offre un po’ di variazione al tema anche se deve davvero tantissimo a tutta una scena nordica che guizzi di questo tipo li aveva già almeno un decennio fa; nulla da eccepire comunque sulla bontà del brano, che rimane ben suonato e arrangiato. Complice lo stile abbastanza derivativo e un riffing poco vario, Reclaim The Darkness viene presto alla noia e a non dire più nulla; conferma la tesi un trittico finale che si fatica a distinguere dal resto delle composizioni perché non ci sono variazioni di nessun tipo né a livello strumentale che vocale. Black North, The Journey Begins e la conclusiva One World One King allungano il brodo in maniera pressoché impersonale e risultando più che altro scolastiche e non molto ispirate.

 

L’album di debutto dei King è quindi un disco ben prodotto, piacevole e tutto quanto; siamo però lontani sia dai livelli alti del genere che da un disco che possa definirsi memorabile in senso assoluto. Reclaim The Darkness offre una manciata di pezzi discreti ma a come difetto principale il suo essere derivativo e non perfettamente distinguibile all’interno del marasma sonoro nel quale al giorno d’oggi ci troviamo. La band australiana ha comunque molte potenzialità ed è perfettamente in grado di lavorare di più sulla personalità per consegnarci la prossima volta un lavoro di tutto rispetto. Per adesso promossi ma con riserva.

 

 
64