Recensione: Reign Of The Odious

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A questo punto avrò cestinato già dieci diverse introduzioni, ma fidatevi se vi dico che stavolta non è facile. Facciamola breve: Reign Of The Odious è senza ombra di dubbio una delle uscite più interessanti del 2019. Azzardato? Anche del 2018 e probabilmente del 2020. Adesso che ho la vostra attenzione e quasi sicuramente un pizzico di diffidenza, lasciate che vi presenti il progetto Musmahhu – un nome che capiterà di scrivere o pronunciare in maniera differente ogni volta che si avrà a che fare con la creatura di Swartadauþuz, mastermind e multistrumentista che nel giugno del 2017 ha scritto gran parte di questo che rappresenta l’esordio della band (il quale segue l’EP Formulas Of Rotten Death, dello scorso anno). La batteria è stata poi aggiunta “a distanza” dal session drummer Kevin Paradis e il mixaggio finale è stato eseguito ai Necromorbus Studios nell’ottobre del 2018. L’album è arrivato sugli scaffali, grazie alla Iron Bonehead Productions nel gennaio di quest’anno. A dieci mesi di distanza – giusto per proseguire con il caos spazio/tempo – sono qui a parlarvene perché mai come in quest’occasione il sottile confine tra black e death metal si riesce a fondere dando vita a un album devastante.

 

Coadiuvato dai servigi batteristici del signor Paradis e dalla funerea voce di Likpredikaren, il sound degli svedesi Musmahhu si può definire in tanti modi e in più che qualche occasione ricorderà da molto vicino i Behemoth, con la differenza che una produzione più modesta tende a mescolare maggiormente le carte e accrescere quell’animo che potremmo semplicemente relegare a blackened death metal, ma che non renderebbe giustizia a qualcosa che ti entra dentro al primo battito di ciglia e a quel punto sarà troppo tardi per fermare questa forsennata corsa verso un album di metal estremo che riesce a godere di una propria e ben definita identità, nonostante i richiami con il combo polacco capitanato dal caro Nergal. Ciò che crea questo tripudio metallico è sorretto da una batteria che se in parte sovrasta chitarra, basso e in alcuni momenti anche la voce, perora la causa di una tecnica tipica del death metal più estremo. D’altro canto, il sound delle chitarre è pastoso e la velocità dei riff che si incastrano tra rapidi 2/4 e una generosa dose di blast beat, aumenta quell’alone nero che a mio modesto avviso fa rientrare questo album nel calderone del black, piuttosto che del death. Tutta questa filippica e non abbiamo ancora parlato delle sette tracce che compongono Reign Of The Odious. Ok, si comincia.

 

Nel preciso istante in cui premete play, sarete assaliti dalla micidiale potenza di una batteria ispirata, precisa e che conferisce uno spessore ritmico atto a condurre i più tradizionali schemi chitarristici di un black metal assassino. La canzone di apertura Apocalyptic Brigade of Forbidden Realms è un perfetto manifesto per ciò che vi attende nei prossimi tre quarti d’ora, ma è con l’accoppiata delle successive Musmahhü, Rise! e Slaughter Of The Seraphim che il livello compositivo si erge su territori solitamente riservati ad autentici capolavori. Non voglio esagerare e sono abbastanza lucido per accettare il fatto che se soggettivamente mi senta alle prese con quello che PER IL MOMENTO è il mio album black, black death, blackened death o checchessia preferito dell’anno, oggettivamente e ad altre persone potrebbe anche sembrare meno epico, magari proprio per un mixaggio che è tutto fuorché perfetto. Ma ricordate che stiamo pur sempre parlando di quella che in un modo o nell’altro può essere considerata una one-man-band e quindi un po’ di rancido sta sempre bene.

 

Burning Winds of Purgatory è un interludio che inizialmente illude di dar tregua ai nostri timpani, ma in realtà ci prepara a ciò che sta per arrivare con la seconda metà del disco, dove spetta proprio alla title-track accentuare un’atmosfera cupa che poi sfocia in una cavalcata infernale contro la successiva e mastodontica Spectral Congregation of Anguish. E’ qui che l’aria si fa tersa, il più profondo raziocinio implora pietà e per un attimo fissi la bestia nel nero più buio delle sue pupille. La mazzata finale arriva con Thirsting for Life's Terminus e mentre l’apparato uditivo è ormai rassegnato all’epica potenza di questo ibrido mesopotamico a volte rappresentato come un incrocio tra un serpente, un leone e un uccello, altre volte come un serpente con sette teste (come le tracce del disco), si chiude il cerchio di uno di quegli album che lascia un fischio nelle orecchie, anche quando il disco ha smesso di girare e ti ritrovi a dondolare compiaciuto per aver scovato una perla di rara e oscura bellezza. Non c’è spazio per finali ad effetto, sentitevi questo capolavoro e ditemi se ho ragione.

 

Brani chiave: Musmahhü, Rise! / Slaughter Of The Seraphim / Spectral Congregation Of Anguish

 
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