Recensione: Reinassance In Extremis

inserito da

Ci sono voluti dieci anni e finalmente eccolo qua. Dieci lunghi anni in cui la musica estrema si è evoluta, arzigogolata, involuta, nei quali ha preso imprevedibili risvolti e altrettante imprevedibili derive. Dieci anni sono tanti e per alcune band rappresentano anche un ciclo vitale intero; tra cambi di nome, formazioni, progetti paralleli e altre amenità non è il caso degli Akercocke, che tornano a dare alle stampe un album col nome che tutti aspettavamo. Questa è una band che già era avanti anni luce nel 2007 e la ritroviamo oggi ancora più in forma e come entità ancora più pericolosa rispetto agli anni passati; il perché è presto detto.

Reinassance In Extremis mette sul piatto Disappear come incipit, e le sensazioni sono più che positive: il sound è sempre il solito, malato arcigno, destabilizzante e la voce del buon Jason è ancora più cavernosa del solito. Tutti gli elementi distintivi degli Akercocke sono presenti: dalla parti brutali agli arpeggi siderali, dagli stacchi improvvisi ai cambi d’umore repentini. In un momento possono apparire il demonio in terra per poi passare al clean versione agnellino per cullarvi come un neonato e accoltellarvi nel sonno pochi minuti dopo. Si è decisamente alzato il tasso tecnico assieme alla profondità dei brani, che risulta fin da subito ostica e di difficile assimilazione. Gli Akercocke sono un gruppo criptico che si compiace e sguazza nell’esserlo allegramente, prendere o lasciare. Unbound By Sin preme sull’acceleratore e mantiene molto alto un livello che non calerà mai per tutti i cinquantaquattro minuti della tracklist; qui le clean e le melodie si incastrano perfettamente nel tessuto brutale e il risultato è grandioso. Un plauso a tutte, ma proprio tutte le parti di chitarra, che si susseguono nel disco una migliore dell’altra e con un gran gusto solistico. Tornano persino gli arpeggi sui blast beat e il godimento è completo.

Insentience è una bella cavalcata nella quale Jason prova un terzo tipo di voce, più sporco e harsh, riuscendo piuttosto bene nell’impresa e dando al tutto quel tocco heavy che mai male non fa. Blast beat e parti in clean si susseguono e la sezione ritmica segue sempre in maniera piuttosto variegata e con sempre il giusto accento a portata di bacchetta. Parti strumentali da urlo anche qui, e il riff portante è quasi commovente nella sua semplicità e innocenza. First To Leave The Funeral cambia ancora le carte in tavola con un cantato che ricorda parecchio un certo Attila Csihar; il brano è velocissimo e violentissimo, spuntano anche scream di una brutalità impressionante. Poi di colpo, parte un 2/4 con un mood circense che strapperà ben più di un sorriso all’ascoltatore e si continua con un riffing death che appare piuttosto scanzonato e irriverente. Adorabile. C’è tempo persino per una ripresa ancora più brutale e un finale arioso, e un altro grande brano viene infine tramandato ai posteri. Familiar Ghosts è introdotta da arpeggi e gabbiani; il minutaggio si mantiene sempre piuttosto alto come tutte le altre composizioni del disco e di certo non facciamo parte di un filone easy listening. Purtroppo o per fortuna sta a voi deciderlo, qui però il livello è alto in maniera disarmante e non possiamo esimerci dal farlo notare. Le trame si dipanano una dopo l’altra si è ancora martoriati dalle harsh vocals prima di passare a intermezzi progressivi di rara bellezza e una chitarra solista che non finisce mai di stupire.

A Final Glance Back Before Departing è un brano fantastico, giocato su un riffing heavy che non mancherà di scatenare ben più di un headbanging. Esce qui la vena più sporca degli Akercocke che ben si amalgama con le melodie tessute dalle due chitarre. La parte centrale in clean è semplicemente follia pura; se non fossero gli Akercocke non ci si crederebbe nemmeno. One Chapter Ends For Another To Begin e Inner Sanctum fanno vedere anche un lato più sintetico della band inglese, che risulta in ogni caso vincente e spaccante il deretano. Continua imperterrito il totale stato di grazie delle chitarre assieme a un songwriting che non conosce la parola cedimento; è stato fatto un lavoro notevole anche sulle voci e si sente. La conclusione è affidata agli oltre nove minuti di A Particularly Cold September, che riesce a trovare una funzionalità anche al parlato posto nella fase iniziale del pezzo. Gli sbalzi di umore sono qui tanti e piuttosto repentini; la tastiera risulta fondamentale per l’atmosfera creata, che rimanda a certa psichedelia degli anni ’70 e relative dissonanze. Funziona bene anche la parte “arrabbiata”, che fa capolino per poco prima di lasciare posto al meraviglioso finale, che come una carezza conclude grandiosamente l’opera.

Reinassance In Extremis è il disco che tutti aspettavamo e volevamo dagli Akercocke, un quasi capolavoro nel quale risulta veramente un’impresa trovare un difetto che sia uno. Il disco è complesso, criptico, ostico e richiede tonnellate di ascolti per essere assimilato a dovere; ci vuole impegno per gli Akercocke come ci voleva impegno dieci anni fa. Si viene poi ripagati eccome con quello che, di fatto, è uno dei dischi migliori dell’anno in corso; difficilmente si sentirà di meglio e ancora più difficilmente si vorrà sentire altro una volta metabolizzata l’opera. Non ci resta che congedarci e ringraziare una band che si è sempre messa in discussione, è sempre stata coerente ed è sempre stata troppo brava per il contesto nella quale si è trovata. Speriamo solo di non dover attendere altri dieci anni per un nuovo capitolo di questa straordinaria saga.

 
83