Recensione: Render

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Poco più di un anno fa ero alle prese con il disco d’esordio degli inglesi Valis Ablaze e già siamo ad accogliere il passo successivo all’ottimo Boundless, un compatto simposio di djent che non si vergogna nel mostrare le proprie inflessioni progressive e più puramente melodiche. Render è un album fresco che ha il difficile compito di bissare la notevole fortuna compositiva del suo giovane predecessore, dando al tempo stesso modo alla band di delineare maggiormente la propria personalità in un sottogenere parecchio esigente e che può abbattere le barriere stilistiche da un momento all’altro, rispecchiando in tutto e per tutto la filosofia progressive alla base per un progetto mai scontato o prevedibile.

 

C’è tanta musica qui, 10 canzoni per quasi cinquanta minuti, tre singoli gettati sul “tubo” al fine di mantenere alto quell’interesse che almeno da parte mia non è mai calato ed anzi, si gusta piuttosto frequentemente le impennate ritmiche di Boundless – e gli ascolti sulle varie piattaforme, come anche le vendite danno ragione ai Valis. La Long Branch Records ha fiuto per scoprire band eccezionali, ma fidatevi se vi dico che Render non è ciò che vi aspettereste. Potremmo cominciare con la prevedibilmente ottima qualità di registrazione, la quale riesce a mettere in risalto una batteria pulita e dai toni intenzionalmente acustici, passando per gli spessi muri di chitarra e basso, dove soprattutto nell’introduttiva Neon Dreaming costruiscono quella che è la traccia predominante dei primi minuti di ascolto. E poi la voce di Phil Owen, che aveva già dato dimostrazione di grande versatilità sul disco precedente, ma questa volta raggiunge picchi melodici e soprattutto espressivi maledettamente vicini a quelli a cui ci ha abituato un certo Daniel Gildenlow a inizio carriera, dove tutto era ancora più sorprendente.

Le successive Hollow Heart e The Convincer sono canzoni che funzionano bene e che confermano quanto introdotto con questo Render, ovvero un lavoro differente rispetto a prima, un disco che abbatte le barriere più canoniche del djent e abbandona la voce sporca in favore di un continuo affiancarsi di melodie che tendono ad estromettere almeno in parte la proposta strumentale della band, a tratti quasi relegata a fungere da fondo per brani che nel complesso non sono soltanto più melodici e meno aggressivi, ma anche emozionali e riflessivi, dove magari qualche mazzata in più non avrebbe dato certo fastidio. A Keyframes lo scettro di primo episodio meritevole di essere sottolineato, non soltanto per l’ennesima eccelsa performance da parte di Phil Owen, ma anche per un epilogo che torna a pescare in quelle radici djent che inspessiscono la tessitura compositiva di un album non facile da assimilare, perlomeno non dopo pochi ascolti. Render necessita di attenzione e con un mood quasi PinkFloydiano sa premiare l’ascoltatore a patto che gli venga concesso il giusto tempo e il giusto spazio. Lo si percepisce in particolar modo con Saturation e con il suo preludio che strizza l’occhio a Imogen Heap, per poi evolversi e creare quel trascinamento emotivo che i meno pazienti apprezzeranno di sicuro.

Il resto del disco prosegue senza eccessivi colpi di scena, fatta eccezione per l’ottima Infinite World, una delle canzoni più imbronciate e stilisticamente più vicine a Boundless, nonostante a questo punto del disco sia chiaro che il cordone ombelicale con il full-lenght d’esordio sia stato definitivamente reciso. Render è un buon disco, ma non certo ciò che molti si aspetterebbero dopo aver gettato per ogni dove il collo sulle ritmiche serrate del suo predecessore. La melodia e la padronanza di Owen sono l’ingrediente principale e nonostante sia strumentalmente ben suonato, sembra mancare un pizzico di incisività che avrebbe reso l’esperienza di ascolto più diretta, anche perché in fin dei conti non è assolutamente un album che ti trascina nel mezzo di un viaggio introspettivo, ma piuttosto di una risma di melodie che avrebbero goduto maggiormente se sorrette da una costruzione meno scontata e più ispirata. Se acquisterete Render non ve ne pentirete, ma sono certo che ascolterete Boundless ancora a lungo e forse adesso lo apprezzerete anche di più.

 

Brani chiave: Keyframes / Saturation / Infinite World

 
73