Recensione: Renegades

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La teoria dell’evoluzione delle band, un pelino meno complessa di quella di Darwin, porta sempre a tre risultati:

1. Geniali: Il disco prodotto è un capolavoro, innova ed è in grado di alzare l’asticella del genere proposto senza dubbio alcuno;

2. Incompresi: Ci sono buone idee ma mal sviluppate, si poteva fare meglio e il disco è oggetto di diatribe col dubbio di una rivalutazione a distanza di anni;

3. Pessimi: Disco imbarazzante, che snatura o interpreta il sound di una band abbassando notevolmente la qualità e portandola in un posto dove proprio non c’è nulla da capire.

L’essere fan spesso porta a confondere il punto 2 col punto 3, perché un fan non vorrebbe mai sentire il proprio idolo fallire e, riconducendo tutto al mondo metal nostrano molto vicino al tifo calcistico, diventerebbe quasi un fallimento personale.

Il nuovo disco degli Equilibrium trova fondamento in tutte le teorie evoluzionistiche e, sinceramente, non sappiamo nemmeno noi da che parte cominciare. Proviamo ad andare con ordine.

Si iniziano a intuire certe cose sia dalla copertina, oggettivamente pessima, che dal fatto che la tracklist sia totalmente in inglese salvo un brano in lingua madre. Nel momento in cui Renegades si sprigiona poi nei nostri padiglioni auricolari, le tessere del puzzle vanno a posto e sì, Houston abbiamo un problema.

Cos’è successo agli Equilibrium? La domanda a questo punto appare più che lecita. Renegades snatura in maniera massiccia il sound della band annullando praticamente quasi tutta la sua componente folk in favore di un melodeath piuttosto classico e banale. E’ un disco che passa dalle galline, gli uccellini, Skyrim e i draghetti alle tangenziali e agli scenari urbani, con un drastico cambio di atmosfere, umori e modo di suonare.

Parliamo chiaro, fino ad Armageddon, che lasciava presagire qualcosa di strano, aveva dei difetti ma era comunque godibile, gli Equilibrium erano inconfondibili. Poche note e avevi già capito; ora sinceramente no. Robse e Renè ci sono sempre, ma il tutto suona come un’altra band, agli antipodi rispetto a quella che compose Sagas.

Il primo brano del lotto, la titletrack, è e rimarrà quello meglio riuscito, con un buon tiro, bei riff e quell’epicità che da sempre contraddistingue i tedeschi. Le tastiere sono invadenti alla massima potenza, ci stanno e il pezzo funziona. Tornado inizia con un riff tritatutto, poi… Poi? Lo sapete già, no? Cosa mai potrebbe inserire una band che suona death metal per arrivare a far parafrasare Cattivik (Brivido, Terrore, Raccapriccio) all’ascoltatore? Le clean vocals! Quelle proposte dagli Equilibrium sono purtroppo improponibili: prendono i brani e li portano in una dimensione teen con melodie stucchevoli, pacchiane e dalla faciloneria pressoché imbarazzante. La linea melodica è sempre la più semplice, sempre la più catchy, sempre la più scontata e in tutto ciò non ci si raccapezza, sembra di ascoltare gli Amaranthe versione Disney, non gli Equilibrium.

Nell’unico momento dell’album in cui si torna al tedesco, Himmel Und Feuer, si offrono livelli di decenza rimanendo sul growl, buone melodie ma non basta. Path Of Destiny torna per dirci che la strada è ormai ben tracciata e, oltre alle clean sempre sul pezzo per mandare tutto alle ortiche, nel ponte esplora il baratro artistico sfoderando del rap (si, avete capito bene) e buttandolo lì in maniera totalmente sconclusionata. Moonlight offre le solite coordinate e niente più che una buona linea melodica nel pre ritornello, mentre Kawaakari orientaleggia un po’ col solito piede in 3 o 4 fosse che finisce solo per infangare tutto.

C’è anche il tempo per la cover di Johnny B dei The Hooters targata 1987 e della quale lasciamo a voi il giudizio. Il trittico finale, composto da Final Tear, Hype Train e Rise Of The Phoenix porta a casa la pagnotta tra il nulla di nuovo ed esperimenti terrificanti con pesantissimi rimandi alla dance anni '90, viene quasi da andare a cercare Fargetta o Molella negli ospiti. Ciò che rimane alla fine dell'ascolto è un ritorno alla realtà con un sapore di amaro in bocca in grado di far concorrenza al Fernet. Quello che ci si chiede è: perché? Ci sta che una band possa tentare di ampliare la sua fanbase, ci sta anche che voglia cercare di vendere altrove cambiando la lingua dei propri brani; ma quanto paga accantonare così una carriera di tutto rispetto fondata su coordinate ben precise?

Il diritto di una band di evolversi è sacrosanto, anzi, è un dovere; il problema di Renegades non sta però nel nome che porta, sta nel fatto che sarebbe mediocre anche se proposto da una band di esordienti e sarebbe mediocre valutato come disco melodeath o metal moderno . Si salvano la produzione, un singolo e sporadici momenti di lucidità sparsi per la tracklist, quel che rimane è francamente incomprensibile. Il disco suona persino meglio nella sua versione a 8 bit, servita nel secondo cd bonus e che farà felici tutti i nintendofili e appassionati di gaming, altro non c’è da dire.

C’è grande rammarico quindi e con grande dispiacere siamo costretti a collocare Renegades al punto 3, sperando che sia solo un brutto sogno e un passo falso isolato.

 

 
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