Recensione: Resilience

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Resiliènza s. f. [der. di resiliente]. - ... omissis... 3. In psicologia, la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc. [http://www.treccani.it]

È questo, in sostanza, il soggetto delle tematiche che reggono l'impianto lirico del secondo album dei Lahmia. "Resilience", appunto. Un full-length che, a causa di vicissitudini varie che hanno tormentato la band, segue a (troppa) distanza il fortunato debutto, "Into the Abyss" (2012).

Un lasso di tempo che, comunque, non ha intaccato l'anima della formazione capitolina. Capace, invece, di alzare ulteriormente l'asticella della qualità tecnico/artistica. Se già i concetti cardine che reggevano il suo impianto sonoro erano di pregevole manifattura, con "Resilience" i Lahmia dimostrano di aver raggiunto un ragguardevole valore, se commisurato ai colleghi competitori di un genere, il melodic death metal, che pare sempre morire ma che invece risorge continuamente dalle proprie ceneri.

Soprattutto non si è inaridita la caledoscopica vena malinconica che permeava un sound piuttosto personale, diverso dalle solite scorribande in doppia cassa che, a volte, rendono il death metal melodico (pericolosamente) vicino al power metal. In "Resilience", difatti, una languida, morbida, dolce sensazione di melanconica nostalgia avvolge tutte e otto le sue canzoni. Si tratta di una sensazione percepibile vividamente, sì chiaramente da indurre a coniare, ma giusto per dare l'idea, il nome di melancholic death metal per definire lo stile della band romana. Le classificazioni, in materia di arte, lasciano il tempo che trovano, soprattutto quando si diramano in sottogeneri, sotto-sottogeneri, e così via. Però, a volte, basta un aggettivo scelto a dovere per rendere bene le calde sensazioni che una determinata musica scatena nell'anima.

Per i  Lahmia è proprio così. Guidato dal roco growling di Francesco Amerise, comunque facilmente intelligibile poiché scevro da esagerazioni. Stentoreo e possente nel guidare con mano il meraviglioso intreccio armonico tessuto dalle chitarre di Flavio Gianello e Mathias Habib, capaci di segare le ossa con riff assassini ('Her Frantic Call') ma, in primis, in grado di liberare, con i loro giri armonici, le languide emozioni che giacciono all'interno di ciascun essere umano. Depositate sul fondo dell'anima e sottoposte, calpestate da altri sentimenti più prosaici, derivanti dal vivere vite segnate da tempistiche compresse, cieche di fronte ai meravigliosi movimenti che l'animo umano è in grado di proiettare sulla mente. Sentimenti struggenti che, però, non sfuggono ai cuori attenti e perspicaci di Amerise e i suoi compagni d'avventura. Per la materializzazione di uno stile notevolmente ricco di personalità, in grado di rendere l'ensemble di Roma riconoscibile con facilità anche dopo un distratto ascolto.

Non solo lo stile ma anche le song beneficiano di un evidente talento compositivo posseduto dal quintetto laziale, in grado di produrre song, appunto, ben diverse le une dalle altre. Ciascuna dotata di una propria identità, anche in questo caso individuabile con immediatezza, percependo le meravigliose melodie che, spesso, le caratterizzano con forza, come per esempio lascia chiaramente vedere la formidabile energia vitale di 'Void of Humiliation', innescante un batticuore tale da indurre gli occhi a socchiudersi per sognare, mentre si rizzano cascate di peli sulla pelle. La grande qualità del songwriting si estrinseca, anche, lungo la suite 'The Age of Treason', esemplificativa di una bravura a tutto tondo, a 360°. Una bravura che consente ai Lahmia di riproporre il loro tipico leitmotiv modificandolo, plasmandolo a seconda dei brani, senza che esso risulti ripetitivo.

Ce ne fosse, di melodic death metal così, altrove... il che rende immediatamente e conseguentemente chiaro l'eccellente valore dei Lahmia e del loro splendido secondogenito, "Resilience". Perché cercare testardamente all'estero, quando il meglio si ha in Italia?

Daniele "dani66" D'Adamo

 

 
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