Recensione: Restless Spirits

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Ne abbiamo visti parecchi negli ultimi anni. Progetti estemporanei, nati da collaborazioni occasionali di artisti dal pedigree solitamente nobile, uniti sotto un unico moniker indirizzato alla realizzazione di un album studiato per lo più come una sorta di divertimento, talora sperimentale, all’interno del quale dar sfogo a qualche “voglia” artistica sino a quel momento sopita.

Casa madre di queste “unioni" singolari in ambiti rock, hard rock ed AOR è da tempo - nemmeno a dirlo - Frontiers Music, label che spesso ama mescolare i propri artisti, spingendoli alla creazione di nuove band che, viste le forze messe in campo, il più delle volte rivelano un alto potenziale d’interesse con esiti dalle prospettive di grande fascino.
Sono nati così i fenomenali W.E.T., gli ottimi Revolution Saints, gli altrettanto validi First Signal, giusto per citare tre nomi “a braccio” che, in tempi recenti, hanno dato lustro al termine spesso abusato di "all star band".

Nella scia di collaborazioni illustri ed eccezionali s’innesta dunque anche questo nuovo side project di cui è protagonista l’ottimo Tony Hernando, guitar player assurto a ruoli di prestigio grazie alla militanza negli altrettanto notevoli Lords of Black, band dalle venature classicamente heavy tra le più convincenti dell’ultima generazione.
Impegnato in un campo questa volta un po’ diverso rispetto a quanto proposto dalla casa madre, il variopinto campionario d’influenze a cui Hernando attinge per poter dar vita al progetto Restless Spirits si spinge verso scenari più affini al rock melodico ed all’AOR, aiutato – con la consueta complicità di Frontiers – da una serie di musicisti dal curriculum solidamente radicato nella storia del genere.
Una realizzazione melodic rock che, tutto sommato, potrebbe ugualmente essere considerata come una sorta di show dedicato alle grandi voci, in considerazione di quello che è, nella realtà dei fatti, il concreto motivo d’interesse su cui poggia l’intero disco.
Johnny Gioeli (Hardline, Axel Rudi Pell), Deen Castronovo (Revolution Saints, ex-Journey), Dino Jelusic (Animal Drive), Kent Hilli (Perfect Plan), Alessandro Del Vecchio (Hardline) e Diego Valdez (Dream Child), rappresentano, infatti, un team di ugole assolutamente eccellente ed ideale nel dare corpo ed anima alle composizioni di Hernando, ottimo alle sei corde e discretamente abile pure in fase compositiva.
Da rimarcare, come ben sottolineato dalle note introduttive, la presenza dello stesso Deen Castronovo quale batterista di ruolo nell'arco dell'intero album.

I brani, va detto, sono grossomodo tutti di buona fattura anche se, probabilmente, un po' standardizzati e privi di illuminanti colpi di genio. Proprio la presenza di interpreti di primaria grandezza consente ai singoli pezzi d’acquistare una dimensione superiore, incentivando il potenziale d’ascolto e di fruizione grazie a linee vocali espresse da grandi professionisti in grado di impreziosire ogni nota.
Buonissima - elemento in fin dei conti quasi scontato - la cesellatura chitarristica che Hernando offre ai vari episodi, mai invadente, quasi un accurato ed elegante corollario alle prestazioni degli eccellenti vocalist cui viene riservato l’onore delle luci di scena.

Il tradizionale computo delle cose migliori, richiede come di consueto il riassunto dei momenti più riusciti: ci sono senza dubbio piaciuti molto gli accenti in stile Journey di “Unbreakable” e “Calling You”, insieme alla robustezza tutta hard rock di “Stop Livin’ to Live Online", “Cause You're The One" e "You and I", per terminare con l'enfasi della conclusiva “In the Realm of the Black Rose”.
Buone canzoni, nulla di troppo fuori dagli schemi di un melodic rock solido e ben confezionato, utile in ogni modo nel mandare in archivio un disco sicuramente piacevole, nel quale distinguere ed apprezzare – oltre all’indubitabile perizia strumentale - qualche spunto di valore ed una manciata di eccellenti voci del panorama rock attuale.

 

 
75