Recensione: Retrograd

inserito da

Continua il cammino discografico per Horn, progetto solistico di Nerrath, polistrumentista legato alla tradizione pagana. L’ep in questione prosegue sul solco tracciato con passione dalla band e dal filone, alternando momenti folk a più estremi classicamente pagan. Suoni riconducibili alla scuola Falkenbach, Drudkh & co. Brani curati, dall’epico intercedere e dall’intenso trasporto emotivo. I pezzi soddisfano tutti i dogma del rapsodico intento della scuola di appartenenza.

Acustici fraseggi sono l’illuminante gestualità di una serenità che rivive come in passato, natura che ritrova i propri spazi e che ci culla in un ondulatorio verdeggiare. Tiepida brezza sfiora le fronde di una speranza ridestata, danze e rituali intorno a fuoco scoppiettante lasciano i propri protagonisti soddisfatti e stanchi a meditare su ciò che il passato ha loro riferito.

Carriera iniziata nel lontano 2002 per gli Horn, otto full-length che hanno costellato una corsa fatta di passione e di crescita dal punto di vista tecnico. Questo arricchire di espressioni e strutture i brani non ha però per un solo istante messo in dubbio la coerenza di un artista genuino sino al midollo. I suoni di violoncello, unitamente al dialogo con e verso la chitarra, sono il punto di forza di “Retrograd”.

Profondità di un’anima “riscoperta”, sguardo che da terra si volge al più terso dei cieli, pennellate di rami e foglie che ci proteggono da un sole bruciante, lasciandocene godere il calore solo per piacevoli e necessari tratti.

Auspichiamo che l’ep sia antipasto per un imminente full-length, poiché chi ama il pagan non può non lasciarsi sfuggire Horn, degno rappresentante di un sound radicato in chi ne apprezza la sensibilità e penetrante veemenza.

Stefano “Thiess” Santamaria

 
78