Recensione: Return of the Cosmic Men

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Mettiamo subito le cose in chiaro: “Return of the Cosmic Men” dei marsigliesi Galderia è stato per me una bella sorpresa, l’album ideale per rinfrescare le mie assolate e afose giornate di ferie prima del ritorno in prima linea per una nuova stagione lavorativa. L’attitudine positiva e le melodie solari e accattivanti, pur rasentando in più di un’occasione i livelli di guardia per il loro tasso di zuccherosità, non mi hanno dato affatto fastidio e anzi hanno reso questo secondo capitolo della discografia dei francesi uno degli ascolti più assidui della mia estate vacanziera.
Per chi non li conoscesse, i Galderia propongono un power metal gioioso e melodico che si avvicina molto alla proposta di gruppi come i Feedom Call, i Gamma Ray più happy e, per certi versi, gli ultimi Theocracy, con cori trionfali dappertutto e linee melodiche sprizzanti gioia di vivere da tutti i pori, conditi da testi che illustrano una filosofia basata sulla continua ricerca dell’armonia universale dell’individuo attraverso rispetto, ottimismo e solidarietà. È inutile che ridiate sotto i baffi, vi ho visto: nonostante, detta così, la proposta del quintetto marsigliese possa far sorridere i più duri, intransigenti e "cazzuti" tra di voi, l’album in sé funziona egregiamente, dispensando esultanza e allegria ad ogni ascolto pur senza dimenticarsi di essere un album power metal, con tutti gli annessi e connessi. Ecco quindi che, in aggiunta alle linee melodiche già citate, i nostri non fanno mancare ritmiche corpose ma agili, chitarre tamarre e ottimi assoli, confezionando un album molto ben suonato e prodotto che, nonostante qualche episodio davvero troppo melenso, sono certo che mi allieterà per parecchio tempo.

L’iniziale “Shining Unity” è una chiarissima dichiarazione d’intenti: la partenza trionfale fa capire che questo “Return of the Cosmic Men” spingerà parecchio sulla maestosità delle melodie e la destrezza ritmica, e l’ingresso in scena della voce e dei cori non fa che fugare ogni dubbio contribuendo a creare una perfetta cavalcata musicale. Bella anche la sezione solista prima dell’alzata di tono finale. Ottimo inizio, non c’è che dire, bissato in scioltezza con “Blue Aura”, dall’inizio più stradaiolo che però, in un attimo, si carica grazie alla spinta di cori e tastiere. L’andamento semplice e caciarone viene impreziosito dalle fastose aperture durante il ritornello, in cui entrano in gioco anche gli acuti di Seb, e da un altro assolo azzeccato. Avanti così. Un inizio compassato di pianoforte introduce “Living Forevermore”, in cui una certa tranquilla serenità stempera la carica dei primi due brani mentre i toni si fanno più anthemici per cullarci dolcemente ed accompagnarci alla successiva e ben più adrenalinica “High up in the Air”. Anche qui la componente anthemica è molto forte, ma se nella canzone precedente l’intento era idealmente quello di offrire una spalla su cui consolarsi dopo una giornata no, qui lo scopo è quello di ridestare lo spirito propositivo e dare la carica con una bella iniezione di buonumore. “Celestial Harmony” prosegue con le melodie accattivanti e le atmosfere positive caratterizzate da tempi agili e cori solari ai limiti del cartone animato, ma nonostante una certa prevedibilità si porta a casa il risultato grazie al tasso di coinvolgimento che sa creare, mentre le liquide note di piano ci fanno capire che è arrivata la ballatona dell’album: “Wake up the World” procede senza scossoni ma anche senza particolari guizzi, dispensando tutto ciò che ci si aspetta da una traccia di questo tipo con una certa grazia e un bel crescendo ma senza svettare al di sopra delle mille tracce simili che la scena power ha da offrire. Per fortuna “Legions of Light” suona la sveglia con un incedere di nuovo propositivo e perfino un paio di distorsioni piazzate in apertura, continuando poi come la classica cavalcata trionfalissima che ci sta sempre e che, soprattutto a questo punto dell’album, mantiene viva l’attenzione in attesa della title-track. “Return of the Cosmic Men” parte un po’ più cadenzata di quanto mi sarei aspettato, impennando il tasso eroico durante la strofa e la maestosità durante il ritornello e condendo tutto con power chords e riff quadrati dappertutto. Molto azzeccata la sezione strumentale che, seppur breve, concede al pezzo un piacevole cambio di atmosfera nella seconda metà.
Pilgrim of Love” parte lenta, quasi soffusa nel suo andamento romantico che profuma molto di figli dei fiori: proseguendo con i minuti la traccia si anima un po’, pur mantenendo l’atmosfera da vecchissima pubblicità di una nota bevanda gassata che secondo me pecca troppo di zuccherosità e mi ha fatto storcere il naso, ma per fortuna la conclusiva “Wake up the World 2.0” col suo prologo discotecaro mi ha fatto tornare il sorriso (si, l’ho scritto davvero!). La canzone è una versione alternativa e leggermente più carica della quasi-omonima traccia già trattata in precedenza, in cui al piano si sostituiscono tastiere più briose e sintetiche, a tratti quasi dance, che però mi hanno piacevolmente colpito, concludendo in modo spensierato e ironico un ottimo album di power metal, derivativo e innocuo finché volete ma dannatamente fresco e vitale.

 
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