Recensione: Return To Eden

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In occasione del terzo disco dei suoi Avalon, Timo Tolkki (fu chitarrista e fondatore degli Statovarius, per chi fosse capitato qui per puro caso) ha reclutato un eccellente cast di voci. Ad alternasi al microfono sono ben in cinque: Anneke Van Giersbergen (ex-The Gathering), Zachary Stevens (ex-Savatage, Trans-Siberian Orchestra, Circle II Circle), Todd Michael Hall (Riot V), Mariangela Demurtas (Tristania, Ardours), ed Eduard Hovinga (ex-Elegy). Oltre a Tolkki, a supportare cotante ugole è una band tutta composta da musicisti italiani, e precisamente dai membri dei Secret Sphere Andrea Buratto, Aldo Lonobile e Antonio Agate (nella band piemontese fino al 2009), affiancati alla batteria da Giulio Capone.
Return to Eden ha nell'alternarsi delle voci il proprio valore aggiunto, ma al contempo il proprio limite. Il disco è, infatti, cangiante dipendentemente dal(la) cantante che interpreta i singoli pezzi, il che è certo un bene, ma rischia di disorientare un poco l'ascoltatore. 
Ecco, dunque, che Todd Michael Hall incarna gli episodi più tipicamente Stratoviarius, come Promises e Now and Forever, che sono momenti di buona fattura benché ripropongano un canovaccio che, fin troppo ripetuto dalla metà degli anni novanta, non ha retto alla prova degli anni.
Anneke Van Giersbergen, invece, regala un'atmosfera vagamente gotica a Hear My Call e We are the Ones, che sono fortemente debitrici dei Within Temptation. Si tratta di due pezzi di qualità, dalle melodie di facile presa e dal piglio deciso, che si adattano perfettamente alla voce di Anneke.
Mariangela Demurtas drammatizza alla grande la ballad Godsend (dove Timo si libera in un assolo velocissimo e un poco fuori contento) e riesce a rendere propria una canzone in vero non eccelsa come Guiding Star che, privata della cantante sarda, sarebbe risultata un pallido clone degli Statovarius. Ecco, la Demurtas sa davvero aggiungere valore alle composizioni del chitarrista finlandese, la cui buona resa è fortemente debitrice della prova della nostra cantante.
Zac Stevens è strepitoso in tutto ciò che tocca, rendendolo bello, qualche volta a prescindere dalla sua stessa qualità. Certo, quella voce rimanda sempre ai Savatage (quanto mancano al mondo del metal!), cosa che regolarmente accade anche nella bella Miles Away, un mid tempo cadenzato e dalla melodia cristallina che Zac non fa che impreziosire. Wasted Dreams, invece, sarebbe stata meglio valorizzata se fosse stata affidata a Todd Michael Hall: il problema non risiede, ovviamente, nella prova in sè di Zac, che è notevole, quanto nella compatibilità tra pezzo e voce. Alla stessa stregua di una Promises, infatti, Wasted Dreams è la classica (discreta) canzone che si può immaginare cantata da Timo Kotipelto alla fine degli anni novanta: nell'ugola di Zac Stevens suona fuori luogo, a maggiore ragione non essendo di grande qualità scritturale. Insomma, Hall oppure Eduard Hovinga sarebbero stati più adatti alla circostanza, pur non potendo fare molto per migliorare un pezzo piuttosto povero.
Ed ecco che Hovinga si mette alla prova con Limits, che è aperta dal classico riff power metal di Tolkki, supportato dalla classica doppia cassa power metal di Tolkki. Insomma, pura ortodossia del genere, che tuttavia nel corso del pezzo si stempera in atmosfere più dilatate e ben alimentate da una voce che richiama alla mente i meravigliosi primi tre dischi degli Elegy. Sulla medesima riga si pone Give Me Hope, che però è davvero troppo simile a tante passate composizioni power di Tolkki. Ma quella voce non può emozionare tutti noi che amammo alla follia Labyrinth of Dreams!
Return To Eden vede alternarsi al microfono Zac Stevens, Mariangela Demurtas e Todd M. Hall, risultando uno dei momenti migliori del disco. Tolkki riesce a trarre il meglio dalle voci diverse che assomma e ad assegnare a ciascuna la parte del pezzo ad essa più adatta. Di per sè, la canzone è notevole: drammatica nelle parti di Zac, powereggiante in quelle di Todd e atmosferica nelle sezioni della Demurtas.
Nel complesso, Return To Eden è un bel disco, ben suonato e sapientemente composto da una penna che dimostra la propria esperienza. Il rischio di scadere in una triste e tediosa ripetizione degli Stratoviarius che furono è schivato, nonostante ciò impatti sulla coerenza del tutto, che tuttavia, proprio in virtù di questa cangianza, risulta godibile dalla prima all'ultima nota. Sarebbe interessante vedere gli Avalon dal vivo, per mettere alla prova la consistenza del progetto di un uomo che, tra alti e bassi psicologici, ha scritto un pezzo della storia dell'heavy metal e ha contribuito, nel difficile periodo di metà anni novanta, a riportare in auge quella componente power che rappresenta una fetta significativa del nostro genere.

 
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