Recensione: Rise Of The Elder Ones

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Di formazioni che portano il nome del libro di magia nera scritto dal folle Abdul Alhazred – così come immaginato da Howard Phillips Lovecraft – , ce ne sono parecchie. Fra esse, una delle più importanti è sicuramente quella che ha visto i natali nel Canada nell’ormai lontano 1988. Relativamente scarna la sua discografia, se rapportata ai venticinque anni di carriera: un demo (“Morbid Ritual”, 1992), un EP (“The Silver Key”, 1996) e quattro full-length (“Pharaoh Of Gods”, 1999; “The Sacred Medicines”, 2003; “The Return Of The Witch”, 2010; “Rise Of The Elder Ones”, 2013).   

Proprio quest’ultimo, però, segna un passaggio importante nella storia dei Necronomicon, e cioè un contratto discografico con una label importante come la Season Of Mist, in grado di distribuire capillarmente l’album in tutto il Mondo sì da consentire al mastermind Rob “The Witch” Tremblay e ai suoi compagni di mettere il naso fuori dall’oscuro underground in cui hanno navigato sin’ora. Fermo restando, come si poteva anche immaginare dato il loro blasone di death metal band seminale, che con il termine ‘commerciale’ i Necronomicon e il loro “Rise Of The Elder Ones” non hanno nulla a che fare. L’appoggio della casa discografica suddetta, al contrario, va visto come una ghiotta opportunità per far risaltare la grande esperienza e l’indubbia potenzialità tecnico/artistica possedute dai Nostri.    

Nostri che, per via della mostruosa quantità di energia emessa sotto forma di onde sonore, non paiono mai essere ‘solo’ in tre. Certo, in uno studio di registrazione si può fare quel che si vuole, ma davvero Tremblay (chitarra e voce), Armaros (basso) e Rick (batteria) – seppur coadiuvati da una sezione orchestrale a tratti addirittura invadente – con la loro poderosa forza d’urto non possono mancare di rinvigorire i fasti di quelli che, nella prima metà degli anni ’80, venivano denominati ‘power trio’ come Motörhead, Tank e Venom, per esempio. Gente che produceva tonnellate di watt alla faccia di una consistenza numerica apparentemente troppo risicata per mettere assieme un muro di suono pazzesco come fanno, per l’appunto, i Necronomicon. I quali, di quel periodo, pescano a piene mani le cupe e orrorifiche atmosfere che resero celebri act leggendari come i Mercyful Fate, tenendole tuttavia ben distanti dal black metal come potrebbe al contrario far pensare, sbagliando, il loro look. Eh sì, poiché la sostanza primigenia da cui nasce il loro stile ha una composizione certa, sicura: è death metal. Death metal puro al 100% che, sebbene sia appesantito dalle orchestrazioni più sopra citate, non dà mai adito ad alcun dubbio, alcuna remora su una tipologia musicale marchiata a fuoco dal growling inumano di Tremblay, dai suoi riff putrescenti, dal bombardamento a tappeto del basso e dalle numerose, devastanti sfuriate della batteria a base di blast-beats.    
 
Del resto, basta pochissimo per averne la prova, giacché “Rise Of The Elder Ones” non poteva cominciare in modo migliore: “Resurrected” è, infatti, un’opener tremenda, nella quale si trovano condensate tutte le peculiarità del ‘Necronimicon-sound’. Terrificanti accelerazioni da già rapidi quattro-quarti a scellerati blast-beats, subitanei rallentamenti, riff aggressivi da devastazione nucleare, soli laceranti, tuono continuo delle linee di basso, improvvise aperture melodiche con ampi tappeti di tastiere à la Dimmu Borgir, rabbioso growling di provenienza infernale. La grande qualità di questa song, paradossalmente, rappresenta un po’ il tallone di Achille del platter, dato che non trova più – sino alla fine – pari consistenza, pari pesantezza, pari dinamismo. Non si tratta, tuttavia, di un gran difetto, perché il resto del lavoro si mantiene comunque su dei buoni livelli qualitativi, fra ipnotici deliri da aulici cori di voci femminili (“The End Of Times”) e micidiali mazzate fra capo e collo delle asce da guerra (“From Beyond”). Il tutto paragonabile, in linea generale, alle irripetibili empietà dello scellerato “Blessed Are the Sick” (1991) dei Morbid Angel.     

“Rise Of The Elder Ones” è in ogni caso un’opera imperdibile per i fan del death metal ortodosso, magari disposti ad apprezzare i passaggi strumentali/sinfonici (“The Nuclear Chaos”, “Celestial Being”) che sono così tanto graditi ai Necronomicon. Un’opera possente, erculea, senza compromessi; magari non originalissima a causa, soprattutto, di linee vocali un po’ monotone, ma ricca di carattere e personalità.       

Daniele “dani66” D’Adamo
 

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