Recensione: Ritual of Black Magic

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Ad un anno di distanza dalla pubblicazione del più che discreto ‘Dance With Devils’ tornano i Toscani Deathless Legacy impregnando magicamente l’atmosfera di oscura malvagità: ‘Ritual of Black Magic’ è il loro quarto al-bum, dato alle stampe, via Scarlet Records, e disponibile dal 19 gennaio 2018.
Dal 2006, da quando suonavano come Tribute Band dei Death SS, la strada percorsa è stata molta ed oggi i Deathless Lagacy, pur se sempre legati al mondo dell’esoterismo e dell’occulto, hanno una propria e ben chiara identità sonora.
Combo formato da cinque musicisti e due attori, portano la loro arte sul palco trasformandolo in un vero e proprio teatro, rappresentando scene molto forti e raccapriccianti, seguendo le gesta dei demoni di Pesaro. 

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Il loro è un Heavy Metal in cui dominano le orchestrazioni sinfoniche, curate dall’esperto Alessio Lucatti (Vision Divine, Angra), in arte Alex Van Eden, che rendono il sound gotico e mefitico, tessendo trame oscure od angoscianti attraverso l’uso del pianoforte o dell’organo a seconda di quello che si vuole trasmettere, oppure per mezzo delle sonorità più elettroniche del sintetizzatore, utilizzate soprattutto in fase solista. 

L’aura di malignità è ulteriormente intensificata dalla voce di Steva che è pari a quella di una strega che lancia un incantesimo al quale nessuno può sottrarsi tanto è spaventoso, ma al contempo, ammaliante.
La sezione ritmica equivale alla danza macabra del sabba, avvolgendo di tenebra ogni elemento.
La chitarra è meno evidente delle tastiere, ma riesce ad imprimere la giusta pesantezza, soprattutto quando è la velocità a dominare il brano, con riff taglienti ed assoli che tendono ad aumentare la sensazione di orrore e di ansia.
Ritual of Black Magic’ è un concept che parla di antichi e proibiti rituali di magia nera attraverso tredici canzoni della durata complessiva di oltre un’ora, da ascoltare accuratamente protetti da un pentacolo.
Le raccapriccianti danze si aprono con la strumentale ‘The Grimoire’, le cui orchestrazioni e la narrazione demoniaca incutono un senso di angoscia ma anche di fatale curiosità, come voluto dalla migliore tradizione horror.
Segue la Title-Track ‘Ritual of Black Magic’, dal buon tiro potente ma anche intrisa di nera melodia, con un buon cambio di tempo che passa al cadenzato ed un pregevole duello solistico tra synth e chitarra.
Tra le altre tracce, la maggior parte di buon livello, si citano l’articolata ‘Vigor Mortis’, dal buon inizio acustico che anticipa un riff magnetico; poi strofe melodiche si alternano a velocissime sfuriate per giungere ad un emozionante refrain dal tenore quasi epico. Il brano è spezzato da una strofa lentissima su pianoforte e completato da un assolo di pianoforte a varie velocità.     
La successiva ‘Bloodbath’ è nuovamente un veloce Heavy Metal, con un rallentamento improvviso che ne cambia l’atmosfera per giungere ad un assolo di synth su tempo medio.
I Summon the Spirit’ è un brano lento, melodico ma potente, dai toni sulfurei che poi si trasforma prendendo velocità per sostenere un pregevole scambio di assoli tra chitarra e tastiere.
Con ‘Homunculus’ si scatena nuovamente la furia, con parti al limite del Death alternata a strofe pesanti e taglienti.
Ars Goetia’ è molto incisiva e dinamica. Un brano che inchioda, moderno ma in linea con i lavori di Maestro Steve Sylvester.
Particolare menzione va a ‘Dominus Inferi’, che chiude l’album e per il quale  è stato realizzato un video, la cui melodia unisce nostalgia, suggestione e potenza, con i riff e gli assoli che sono sia cupi che incisivi allo stesso tempo.   
Difetti: pochi ma ci sono. Brani come ‘Hex’ e ‘Litch’, pur non essendo dei fillers ed avendo un loro perché, tendono a ‘non partire' ed a generare limitate emozioni. Pazienza, nella sua totalità ‘Ritual of Black Magic’ è un signor al-bum ed i Deathless Legacy hanno dimostrato di avere le idee chiare ed una buona maturazione artistica. Bravi.

 
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