Recensione: Rock Will Never Die

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Rock Will Never Die è l’album di debutto dei Marching Out (chiaro il rimando a Yngwie nel moniker), band di Osaka nata dalla volontà del cantante Kazu Rock nel maggio 2012, cui si è unito pochi mesi dopo il batterista Kozo Suganuma. Il loro sound viene definito, a loro detta, come metal neoclassico con influssi hard rock britannici (Deep Purple su tutti). Il full length di cui ci occupiamo viene pubblicato nel dicembre 2015 e, ad arricchire la line-up, sono presenti ospiti di riguardo come Minoru Niihara, Masayoshi Yamashita (Loudness) e Doogie White (già cantante per Yngwie Malmsteen).

Dopo un preludio che più malmsteeniano non si può per sovrincisioni, tappeti di tastiera ariosi e approccio chitarristico, l’opener “The Cross” è una speed song che fa subito capire la quadratezza del sound dei giapponesi. Il power metal proposto è potente, con tanta doppia cassa, arzigogoli chitarristici e la voce pulita di Kazu, che non avrà una pronuncia perfetta (sulle polivibranti soprattutto), ma ci mette pathos quanto basta e sfoggia un buon falsetto quando serve. Peccato per la produzione, non siamo su livelli d’eccellenza, qui i nostri sembrano aver copiato anche uno dei talloni d’Achille dello svedese.

Burnin’ Fire” inizia come un brano dei Royal Hunt, la presenza dell’hammond è sempre vincente in questi contesti. La parte centrale strumentale è vituosa e trascinante, sostenuta da una sezione ritmica, che vede un contributo notevole anche nelle line di basso valorizzate in fase di mixaggio. Ed è la volta della vera hit del paltter: “Rock will never die” è il tipico pezzo che non vi uscirà più di mente dopo il primo ascolto, merito di un refrain tanto semplice quanto azzeccato, con il suo "oh-oh-oh-oh" cadenzato e tamarro. Una manifesto della più schietta adesione al dettato metallico da parte dei nipponici. Mezzo passo falso, invece, con la seguente “Fire in the sky”, tanto doppio pedale, ma line vocali troppo sottotono e una certa monotonia lungo i cinque minuti di durata. Immancabile una ballad e allora ecco “Let me feel you for a while”, pezzo fatato e d’atmosfera, con Kazu che ricorda il compianto Ronnie James Dio al microfono. In chiusura di album abbiamo tre brani speed: più diretta “No one can stop we rock”, barocca e con parti di tastiera al fulmicotone “The resurrection”; “The sign of Southern Cross”, infine, presenta citazioni di musica colta da leccarsi i baffi. Da segnalare la presenza di una bonus track, “Rock Will Never Die” con la presenza del già citato Doogie White (Rainbow, Yngwie Malmsteen, Michael Schenker).

Che dire? Dopo l'ascolto di un simile album ci si sente ricaricati e pronti per affrontare i prossimi ostacoli delal vita. Quando serve un po' di incoraggiamento, i Marching Out sono l'ideale, con il loro concentrato di potenza e un sovrappiù esotico. Per i fan di Malmsteen e del buon metal, Rock will never die è un album da non lasciarsi scappare.

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
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