Recensione: Rocka Rolla

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C'era una volta un cantante, ma soprattutto un uomo, di nome Robert Halford. C'erano una volta degli artisti, uomini insomma: grandi uomini. In rigoroso ordine alfabetico: K.K. Downing, Ian Hill, Glenn Tipton. Metto solo ai margini il quinto elemento della storica line up, il batterista John Hinch, in quanto la band si è sempre contraddistinta, specie nei primi 20 anni di carriera, per la grande stabilità della sua formazione, eccezion fatta però, per il drummer, che verrà cambiato molteplici volte ( ricordiamo specialmente Alan Moore, che prenderà parte al successivo, “Sad Wings of Destiny” ed al primo batterista dell' era anni novanta della band: Scott Travis”, che ci torna alla mente per la grandissima prestazione data in uno dei masterpiece più famosi della band: “Painkiller”, risalente all' ormai lontano 1990 ), senza che però la qualità del sound avesse avuto modo di risentirne. La storia di questa megalitica band ha quindi inizio nel 1974, anno in cui i cinque proposero al loro pubblico la prima release vera e propria (dopo alcuni demotape): “Rocka Rolla”.
Disco criticatissimo questo, ma che possiede in sé l'essenza dello stile embrionale di un gruppo emergente, una precoce prova del genio di questi grandissimi musicisti, anche se, bisogna ammetterlo, questo “Rocka Rolla”è decisamente un disco non adatto a tutti i palati: ancora molto acerbo infatti, presenta una produzione piuttosto approssimativa, sebbene i caratteri distintivi della band siano già abbastanza in vista. La band inglese, con questo suo primo album, ci presenta un hard rock dai sonorità a tratti decisamente aggressive ( che vanno rapportate ovviamente al contesto ed al periodo storico nel quale questo disco si colloca ), aggressività che a volte peròsi trasforma in banalità e confusione. Le idee però, cosa non poco importante, non mancavano neanche allora e, spinti dalla grande determinazione di cui sopra, riuscirono a dar vita ad un lavoro che, sebbene sotto il profilo tecnico abbia perso molto per strada e ci siano altresì molti punti da rivedere in fase di song writing, presenta come sua caratteristica principale, la grande varietà di sonorità trattate.
Prima parlavo del contesto storico nel quale questo disco si colloca, che è per me un punto chiave della comprensione di questo album. Proviamo a ragionare per paradossi, per assurdo cioè, ed immaginiamo che “Rocka Rolla”, si fosse presentato sugli scaffali dei negozi, non come debut album, ma come successore di un grande capolavoro come può essere “Defenders Of The Faith” o “British Steel”. Ecco, probabilmente se il disco fosse nato in uno di questi periodi, lo avremmo sicuramente etichettato come una grandissima battuta d'arresto per la discografia della band, probabilmente alcuni troppo zelanti critici avrebbero fin da subito etichettato la band, gridando allo scandalo.Ma per fortuna tutto ciò non è mai avvenuto, perché questo disco, già ampiamente criticato, e per certi ( molti ) versi bocciato dagli intenditori del genere, sarebbe stato probabilmente dimenticato dai fans della band: errore quanto mai marchiano per un debut album che ha molto da offrire. Dunque dicevamo che bello di “Rocka Rolla” è che è stato partorito dalle menti di alcuni giovani musicisti, e che, anche se di capolavoro non si può parlare, è un disco dalle qualità e dalle caratteristiche molto interessanti.
Per convenzione vorrei partire dalla fine, anziché dall' inizio, nel descrivere il platter di “Rocka Rolla”, iniziando con la traccia numero 9: “Dying to meet you” , una canzone che ho trovato molto bene articolata e divertente, un rock geniale e variegato, pervade il sound di questo pezzo, complessivamente molto buono, seguito da una lenta e strumentale: “Caviar And Meths”, brevissimo interlude ( poco più di due minuti è la sua durata ), all' ultimo brano della tracklist: “Diamonds And Rust”, un lento che avrebbe rasentato la perfezione, se non fosse stato per la poca varietà dei riffs e delle melodie vocali, che alla lunga possono decisamente risultare monotone. Ma veniamo al succo del disco, con i due pezzi che lo rappresentano meglio.
Il primo, opening track del platter, è intitolato: “One For The Road” ed è, a mio avviso, la composizione più gradevole e completa del platter. Il pezzo più veloce e graffiante di tutto il lavoro, con un ottimo refrain e riffs questa volta azzeccati e puntuali. Seguitando con l'ascolto troviamo la title track, pezzo che preludia con un ottimo riff del basso di Ian Hill, accompagnato dall' eccelsa voce di Robert e dalle altrettanto ispirate chitarre di Downing e Tipton. Purtroppo in seguito la banalità pervaderà il resto del platter, generando una serie di pezzi, dalle sonorità molto rockeggianti e divertenti, ma nel complesso fine a se stessi e decisamente poco longevi. Mi riferisco principalmente a “Winter” e “Cheater” che, lo ammetto, ai primi ascolti avevano destato in modo particolare il mio interesse, ma che ora, a distanza di mesi, non riescono a permanere nella mia testa come ricordi piacevoli, forse rovinati da una produzione che, come ripeto, non aiuta, forse indirizzati su binari sbagliati da delle idee che, sebbene la band abbia qui dispensato a profusione, in alcuni casi sembrano amalgamate in modo superficiale e poco meticoloso, cosa che contribuisce non poco ad una sensazione di caos, creando alla fin fine, qualcosa che sia d'impatto immediato, ma che alla lunga convince proprio poco.

Pensando però alla carriera che i Judas Priest hanno avuto, negli anni a seguire, non si fatica a considerare anche questo “Rocka Rolla” un passo d'inizio importante di una biografia e di una discografia, di una band che ha segnato la storia del metallo di ogni epoca, potendo essere ricordato dai posteri come il principio o l'anno zero dell' Heavy Metal, se volete.
Daniele “The Dark Alcatraz” Cecchini

TRACKLIST
1. One For The Road
2. Rocka Rolla
3. Winter
4. Deep Freeze
5. Winter Retreat
6. Cheater
7. Never Satisfied
8. Run Of The Mill
9. Dying To Meet You
10. Caviar And Meths
11. Diamonds And Rust
 
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