Recensione: Rogaland

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Se ci si dovesse fermare alla copertina e al logo della band, per chi non la conosce, si penserebbe al più canonico disco di folk pagan epic black metal. Niente di più sbagliato.

I The Konsortium, alla seconda uscita discografica sulla lunga distanza suonano sì black metal, ma di stampo assolutamente modernista e con tantissime contaminazioni thrash, avantgarde e chi più ne ha più ne metta. Un bene? Un male? Lo scopriremo ascoltando la loro nuova fatica.
Si formano nel 2003 ma solo nel 2011 esordiscono ufficialmente con il loro primo album omonimo presentandosi vestiti con costumi che ricordavano, pressappoco, il protagonista del romanzo best seller di Gaston Leroux, Il fantasma dell’opera e una proposta di black aggressivo di stampo modernista, con suoni ben pompati e una discreta produzione, distaccandosi da ciò che ci ha sempre offerto la vecchia scuola norvegese, paese di provenienza dei nostri amici mascherati.

Passati ben sette anni dall’esordio tornano sul mercato con questo nuovissimo Rogaland (intitolato cosi per rendere omaggio alla contea norvegese situata nel sud-ovest del paese della quale Stavanger, loro città di provenienza, è il capoluogo). Acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, difatti la band capitanata da Teloch (Mayhem, Nidingr) si presenta completamente rinnovata sia nell’aspetto (via le maschere carnevalesche per un look acqua e sapone, denim and leather) che nel layout grafico (davvero molto suggestiva la copertina anche se lontano dagli stilemi del genere).
La proposta non muta eccessivamente ma matura: nelle otto tracce che compongono Rogaland c’è tantissima rabbia, cattiveria, odio e repressione che Member 001, singer della band, ci fa percepire con le sue urla da rissa dopo un tamponamento alternandole a cori evocativi e imponenti clean vocals.
Se da una parte l’alternanza delle vocals riesce a dare più profondita e dinamismo alle sei song che compongono il lavoro (la prima e l’ultima traccia non sono altro che un’intro e un’outro strumentale), spesso ci si trova un po’ disorientati circa l’approdo a cui voglia tendere la band, come se si avessero tanti mattoncini Lego non sempre combacianti gli uni con gli altri.

La partenza è davvero fulminante, Innferd Fjella non lasciano prigionieri con chitarre che suonano come spada di Thurmuth, e Dirge Rep (ex Enslaved, ex Aura Noir, ex Gehenna) dietro le pelli che regge un drumming indiavolato ma mai eccessivo in quanto a esternazioni tecniche fuori luogo, passando per Hausten, vero manifesto di questo album con i suoi vari stop and go e l’alternarsi tra harsh e clean vocals, sino ad arrivare alla suite Havet, brano pazzesco dove questi bifolchi prima ingannano con un mid tempo pulsante condito da un grande guitar solo e clean vocals imperiose, per poi travolgerci in maniera bruta come il più incazzato Borke Lesnar sa fare.
La domanda che ci si pone  è circa la longevità di questo lavoro, ben prodotto, ben suonato, con un layout ottimo e ben confezionato ma che, alla lunga, rischia di stancare l’interlocutore che potrebbe, dopo i primi ascolti, lasciar prendere polvere al dischetto digitale nella sua bella confezione di cartone.
Un purista del black old school non troverà pane per i suoi denti a meno che, come spesso accade, non abbia fame e voglia di provare qualcosa di diverso senza perdere la sua strada maestra. Cisentiamo di promuoverli in attesa del terzo album che potrebbe essere quello della consacrazione.

 

 
70