Recensione: Roxy Blue

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Quanto tempo è passato. Davvero tanto.
Ventisette anni, in ambiti musicali, corrispondono ad un abisso.
Praticamente un’era geologica di gusti, stili e mode che cambiano e si susseguono.

Tante sono le primavere trascorse dal debutto degli americani Roxy Blue, protagonisti nel 1992 dell’unico album prodotto in carriera. “Want Some”, un romantico riassunto di tutto quello che era (stato) l'immaginario del decennio appena scivolato via, in procinto di essere stritolato dai minimalismi depressivi e asfittici della grande ondata grunge.
Era un gran bel disco “Want Some”, un crossover di spunti che inanellavano Warrant, Poison, Trixter, Mötley Crüe e Danger Danger in un esordio che, purtroppo, usciva fuori tempo massimo per potersi concretamente affermare sulle scene dell’epoca.
Un vero peccato: il primo acuto dei Roxy Blue, pur se sospinto da una major come Geffen e da un produttore come Mike Clink (i Guns n’Roses furono tra i più celebri ad ottenere benefici dalla sua opera) non ottenne particolari riscontri, condannando la band di Memphis, guidata da Todd Poole, ad un oblio pressoché istantaneo e duraturo.

L’opera di archeologia musicale messa in moto talvolta con alterne fortune da Frontiers Music è arrivata – meritoriamente – sino a qui. 
Non sappiamo davvero cosa muova i vertici dell’etichetta partenopea nella scelta dei nomi da rilanciare, ma va senza dubbio confermato come, spesso, gli esiti siano comunque di un qualche interesse.
Al netto di un po’ di diffidenza, sia detto: l’esperienza poco appagante provata, ad esempio, con i conterranei Tora Tora (anche loro misconosciuti alfieri dell’hard ottantiano ed originari di Memphis), poteva offrire qualche eventuale riserva sull’utilità di riscoprire un buon gruppo che però non era di certo annoverabile tra i nomi imprescindibili del genere.

Non ci aspettavamo granché, insomma e forse, proprio grazie a questo approccio in versione “tutto da guadagnare e nulla da perdere", possiamo sottolineare come il nuovo, omonimo, album dei ritrovati Roxy Blue ci sia piaciuto abbastanza.
Solo “abbastanza” si badi bene. I crismi del capolavoro o del come back da annali non sono rintracciabili, gli aspetti discutibili evidenti ed il raffronto con il passato, insostenibile. 
Pur tuttavia le proposta di Todd Poole, riunito con i vecchi compari Josh Weil (Basso) e Scotty Trammell (Batteria), cui si è aggiunto il nuovo chitarrista Jefferey Wade Caughron, ha una sua ragion d’essere. Piuttosto lontana da quanto realizzato eoni fa, seppur dignitosamente scritta, suonata e confezionata al punto da meritare almeno un po’ di ascolti e qualche apprezzamento.

Lo stile in forza ai Roxy Blue non è più, certamente, quello degli esordi. 
Le chitarre si sono irrobustite, modernizzate, incattivite. La voce di Poole è divenuta più maschia ed alcoolica (forse, in certo modo, persino migliore), le ritmiche più martellanti e le atmosfere meno solari ed aperte.
Il percorso di attualizzazione ha fatto – come ovvio – il proprio corso, portando il gruppo a definirsi non più come semplice “hard rock" ma come una band di evidente estrazione groove metal, in cui le nuove tendenze hanno, gioco forza, avuto un ruolo determinante nella stesura dei brani.
Pezzi con suoni compressi e voci filtrate come “Till the Well Runs Dry", "Human Race" e “Overdrive”, forse venticinque anni fa non sarebbero nemmeno stati “pensati”, figuriamoci “scritti".
Oggi invece fanno parte di un disco targato Roxy Blue e, tutto sommato, non spiacciono neppure, in virtù della vigoria che ne anima l’impeto e la schiettezza.

Buoni anche se non imprescindibili. C’è, per fortuna, pure qualcosa in più. 
Quattro brani in particolare, sono quelli che elevano il disco a livelli superiori rispetto a quella che sarebbe stata una decorosa seppur anonima sufficienza: “Scream” e “Blinders” anzitutto, due tracce di buon hard rock moderno. Ma soprattutto le godibilissime “How Does it Feel" e "Collide", i due apici del disco che, da soli, valgono probabilmente quanto l'intera scaletta. Molto emozionanti, sorrette da ritmi, cori e ritornelli che colpisco nel segno e stimolano l’atteso effetto “repeat”: quello che si verifica quando una canzone piace parecchio e si ha, immediatamente, la voglia di riascoltarla.
Ribadiamo, non fosse stato per questo piccolo nucleo di pezzi, il disco dei Roxy Blue "versione 2019" sarebbe stato un ascolto tutto sommato piacevole ma nemmeno memorabile. Per fortuna c’è qualche picco qualitativo ad alimentarne valori altrimenti un po’ marginali.

In sostanza, questi non sono più i Roxy Blue del ‘92: è rimasto solo il nome, il suono e lo stile non hanno più alcun tipo di contatto con il passato. Si tratta, in pratica, di una band completamente nuova.
Una precisazione fondamentale per definire i contorni di un cd che, fatto salvo quanto appena riferito, raggiunge la sua conclusione offrendo comunque qualche momento soddisfacente e di buona qualità.
Dopo aver saggiato esperienze di come back ben più mortificanti, temevamo peggio...

 

 
70